Per Vetrano e Randisi, I giganti della montagna sono un punto d'arrivo nel loro viaggio pirandelliano iniziato nel 1999 con Il berretto a sonagli. Dalla farsa amara, allo spettacolo testamento di Pirandello rimasto incompiuto per la sua morte. Un testo che ha sempre affascinato i teatranti sia pure con risultati diversi: da Strehler a Tiezzi, passando per Ronconi in un'edizione in tedesco per il festival di Salisburgo.
Il fascino - è fuor di dubbio - nasce dal fatto che qui Pirandello parla del teatro, del suo ruolo, della sua funzione, del suo difficile cammino nell'epoca della riproducibilità tecnica. E attraverso il teatro permette a ogni regista o attore che lo voglia fare di parlare di sé, del suo sguardo sul mondo, del senso di un mestiere per più aspetti assediato, ma orgoglioso della sua storia.
Anche Randisi e Vetrano offrono un loro sguardo personale sulla vicenda emblematica della compagnia della contessa Ilse che va raminga alla ricerca di un luogo in cui il teatro possa trovare lo spazio e i cuori soprattutto per raccontare le sue "favole nuove". Amaramente l'autore ci dice che questo spazio non c'è, oppure che va conquistato lottando con la forza della poesia, dei gesti e delle parole, anche a costo di fallire.
È una sfida grande ma affascinante, che chiede, se non proprio una vocazione totalizzante, la capacità di mettersi in pericolo. Da parte loro i due attori palermitani sembrano affascinati dall'idea che solo fra chi vive lontano dal mondo, gli Scalognati, è possibile conservare un luogo protetto dove il teatro parli a chi lo capisce: un'idea di grembo protettivo dove la fantasia può trovare il suo spazio e dove la memoria del passato, il ricordo dei maestri trovano il loro giusto posto.
Questa scelta la si percepisce, per esempio, quando i fantocci inanimati, abbandonati nella soffitta della Villa degli Scalognati si animano improvvisamente riproponendoci l'immagine della mitica Classe morta di Kantor, uno dei più affascinanti spettacoli del Novecento. Una citazione discreta che non disturba e che ha un suo senso. Ma questo mondo non è quello di Ilse, la contessa dai capelli rossi, che vuole il confronto con i duri giganti della montagna, quelli che amano la disco music e non lo straziante valzer di Kantor.
La regia dunque sceglie di sdoppiare la sua figura, sfruttando il fatto di avere a disposizione due gemelle (Maria ed Ester Cucinotti). C'è dunque una Ilse votata alla difesa del teatro e c'è una Ilse che invece sembra condividere l'idea degli Scalognati: scelta difficile da condividere ma che può avere un suo senso, soprattutto se letta secondo la notoria predilezione pirandelliana del "doppio" (ci siamo noi ma c'è anche la nostra "maschera sociale").
Enzo Vetrano è un Cotrone misurato, lucido e insinuante con la sua palandrana e il suo cappello da mago esotico; Stefano Randisi è convincente nella difficile parte del Conte che si è rovinato per amore della moglie. E ci sono i fantasmi, i morti, i suicidi, i nani, le acrobate con l'ombrellino, le vecchine visionarie, i giovani impazienti, le seconde attrici e i caratteristi invidiosi... Il teatro insomma , nient'altro che il teatro, per chiudere con la citazione dell'olivo saraceno di cui Pirandello raccontò al figlio Stefano prima di morire.
Visto al Teatro Ponchielli di Cremona
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di maria grazia gregori
(17:30 - 10 mar 2010)
Voto utenti:
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