Curiosamente, per una strana e certo imprevista coincidenza della programmazione, in questo periodo ci sono stati due testi di Stefano Massini rappresentati contemporaneamente sulle scene milanesi, Frankenstein al Teatro dell'Elfo e La commedia di Candido al Carcano. Si tratta di due opere diverse e di tono in qualche modo opposto: il primo è infatti un dramma introspettivo dal celebre romanzo gotico di Mary Shelley, mentre la seconda è una pungente farsa filosofica. Ma ci sono dei tratti comuni fra l'uno e l'altra, che può essere utile individuare per comprendere meglio questo autore attualmente fra i più rappresentati in Italia.
Nel Frankenstein Massini mette da parte gli aspetti horror per puntare soprattutto sulla solitudine, sullo smarrimento della "Creatura" abbandonata a se stessa dal suo creatore. Il "mostro", emblema dell'uomo che si interroga sulla propria esistenza, ne chiede conto a un padre o a un dio assente. Ma di fatto al centro degli avvenimenti non è tanto lui - presente solo in video, col volto e la voce del bravissimo Sandro Lombardi - quanto il giovane scienziato irrequieto e imprudente che dopo la morte della madre comincia a sognare di ridare la vita ai cadaveri, seguito nei suoi legami famigliari e nei risvolti profondi della sua psiche.
Lacommedia di Candidoraffigura invece Diderot, D'Alembert, Rousseau come amene macchiette. Voltaire sta scrivendo il suo Candido, e gli ambienti intellettuali sono in fermento: dai pensatori illuministi ai preti ai militari, tutti vogliono sapere chi sarà oggetto dei suoi strali, e scatenano una caccia al manoscritto brillantemente risolta da un'ex-attrice, interpretata con verve da Ottavia Piccolo. Fra le battutacce volutamente sgangherate - salsa d'orata e salsa dorata, "e si cura?", "sicurissima" - si fa strada alla fine un sottofondo serio: quelle pagine che dicono no alla guerra, all'intolleranza, allo schiavismo, vanno salvate a ogni costo.
Cambia l'argomento, cambia la chiave adottata per affrontarlo. Ciò che invece resta costante in questi due testi, e che d'altronde si era colto anche in altre, precedenti occasioni, sono le solide radici mantenute da Massini nella tradizione. Che componga concitati viaggi nell'inconscio o inventi lazzi e gag su Rousseau che porta sfiga, si avverte sempre la sua istintiva vocazione a costruire delle robuste trame narrative, delle figure a tutto tondo, degli scambi di battute che richiedono una recitazione "vecchio stile", cose insolite in un'epoca in cui si tende a creare partiture verbali senza dialogo, senza azione, senza veri personaggi.
È questa caratteristica delle pièce del drammaturgo fiorentino che probabilmente piace al pubblico e incontra il favore degli attori: ed è questa stessa caratteristica che viceversa lascia a volte un po' deluso chi cerca nel teatro degli spunti più innovativi, e rischia di trovare nelle sue pièce un che di vagamente anacronistico.
di renato palazzi
(23:29 - 13 mar 2010)
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