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05:27 - giovedì 24 maggio 2012


Il castello dei clandestini

Nella bella stagione della Soffitta - il teatro universitario del Dams di Bologna - stagione degna di uno dei migliori stabili d'innovazione, è andato in scena un lavoro curioso e inatteso. Stiamo parlando di Il castello dei clandestini, opera inedita e recente di Fernando Arrabal. A farsi carico totalmente dello spettacolo è la giovane regista e attrice Viviana Piccolo.

Il castello è un monologo intenso e altalenante, vibrante e surreale come consuetudine dello scrittore franco-spagnolo. Autore prolifico, patafisico e surreale, fondatore del Movimento Panico con Topor e Jodorowski, antifranchista militante, Arrabal ha una cifra narrativa in cui forte è l'elemento ironico, in una vertigine linguistica sempre spinta al limite. E in questo monologo, dedicato proprio alla Piccolo e scritto per lei, Arrabal si è inventato il ritratto di una fantomatica duchessa, mezza folle mezza eroina, che accoglie - o forse sogna di accogliere - nel proprio castello un gruppo nutrito di immigrati, cui non lesina cibi, droghe e cortesie sessuali.

La duchessa si fa paladina dei suoi uomini, novella Jeanne D'Arc che raggiunge il misticismo con fellatio a ripetizione e con una sorta di venerazione per un immigrato misterioso, tale Miguel, accusato di terrorismo e inseguito senza tregua dalle forze dell'ordine. Ma la duchessa, che per far spazio agli immigrati non ha esitato a sterminare la propria famiglia, difende a spada tratta Miguel, fino alla fine.

Il testo, dunque, è un'onda anomala di parole e sogni, di improvvise sterzate e subitanee volute, di arrampicate verbali e digressioni sessuali: un'incessante vertigine di sogni e allucinazioni, di battute feroci e dissacranti verità. Ed è stata brava Viviana Piccolo a domare questa incandescente materia, fin troppo ridondante, incardinandola in una struttura complessa di elementi e codici che si mescolano - con maschere, amplificazioni, video, burattini, tarocchi, danze e telefoni eternamente squillanti - senza però mai perdere il ritmo, il tempo, il senso anche nel non-senso.

Esile ed eterea, la Piccolo svela invece possente presenza fisica, e un gusto smaliziato di giocare con le grevi situazioni concepite da Arrabal. Ma sottotraccia, in questo racconto apparentemente grottesco e stralunato, resta il disagio per quell'assenza, per quegli immigrati tanto citati e mai visti: inseguiti, sperduti, indifesi, li immaginiamo raccolti nelle piccole tende che fanno da sfondo alla scena. E di loro Arrabal parla con affetto, con solidarietà: ma solo i folli, come la nostra duchessa, si ostinano ancora a star dalla loro parte.

Visto al Laboratorio DMS di Bologna

di andrea porcheddu

(20:34 - 14 mar 2010)



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