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08:14 - domenica 01 agosto 2010


King Richard II

Un delirio, un'ossessione, un incubo oppure "solamente" il rivivere il sogno del tempo passato, di ciò che è stato e che non potrà più essere? La rilettura - anzi lo studio - che Roberto Trifirò in tutto e per tutto autore dello spettacolo dà di King Richard II di Shakespeare, tragedia storica fra le più ambigue e misteriose, costruita attorno a sanguinose lotte per il potere nell'Inghilterra al tempo della Guerra delle due rose, non dà né vuole dare risposte. E come potrebbe? In scena c'è il re deposto, prigioniero, condannato a morte certa. Un re solo come mai lo è stato lungo i venti anni accidentati del suo regno. Ma c'è anche un essere emarginato, chiuso in un carcere, che legge e sogna, legge e crea, legge e immagina storie, personaggi, parole, contrasti, assassinii.

Con la sua tuta ora disteso nel letto, ora sul water dando il deretano nudo al pubblico come se non esistesse, illuminato da luci crude o addirittura immerso nella penombra, Riccardo II ovvero Roberto Trifirò ci fa entrare dentro la sua storia, la sua anima, la sua follia. E perlomeno lo appare, folle, quando dice e ridice le parole che gli escono dalla bocca talvolta come un insulto, talvolta come un fiume in piena, talvolta come un sussurro, un dolore nascosto. O, piuttosto, è un uomo costretto a essere l'attore di se stesso, l'interprete della folgorante e triste vicenda della sua vita, che rivive per se stesso facendo le voci dei personaggi, muovendosi a suon di musica nello spazio concentrazionario della cella in cui è rinchiuso, seguendo i fantasmi della sua mente, il suono di una parola, quasi convinto di essere l'agnello sacrificale dei mali del mondo, il prediletto a cui spetta portare il fardello di tutti, ma anche pagare la giusta punizione della propria ambizione.

Con il suo libro, una corona in testa dipinta su di un cappello alla turca, Riccardo-Trifirò si muove in scena con grande padronanza, e con una forte vis provocatoria. Ci accompagna lungo il non facile spettacolo con una naturalezza che sembra sfuggire alle difficoltà anche se la sua scelta di essere la bocca oracolare del testo shakespeariano, dopo la sorpresa iniziale, rischia di essere ripetitiva. Ma si dimostra un vero attore narratore, con un'invidiabile capacità di usare le potenzialità della voce che è il vero punto di forza dei suoi personaggi e, in fin dei conti, di tutta la storia.

Visto al Teatro Out Off di Milano

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di maria grazia gregori

(23:27 - 07 mar 2010)



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