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16:35 - luned́ 21 maggio 2012


La prima periferia

Premio Ubu 2008 come giovane compagnia in ascesa, il gruppo veneziano Pathosformel è una delle realtà più originali del nuovo teatro italiano: il suo lavoro non è improntato all'aggressività ritmica dei Babilonia Teatri, né all'ironia acre di Teatro Sotterraneo. Come il nome stesso indica, cerca una sintesi fra la tensione interiore e la rigorosa astrazione formale, che attinge soprattutto alle arti visive: i suoi primi spettacoli, La timidezza delle ossa, che mostrava delle sagome in rilievo dietro uno schermo bianco, e La più piccola distanza, imperniato su quadrati in movimento lungo fili metallici disposti come un pentagramma, prescindevano del tutto dalla presenza di figure umane.

Nel suo nuovo lavoro, La prima periferia, che ha debuttato a Milano nel programma del festival Uovo, le figure umane ci sono invece, e ben visibili, ma paradossalmente sono poste al servizio di creature artificiali: al centro dell'azione - se così la si può definire - sono infatti tre inquietanti fantocci antropomorfi a dimensione naturale, tre sculture di legno chiaro, metallo e cinghie a metà tra i manichini metafisici e i modelli anatomici per uso medico-didattico. Le loro teste, prive di lineamenti, sono completamente inespressive: in compenso sono distintamente esibiti costole, spine dorsali, muscoli, tendini, giunture.

I loro corpi riproducono alla perfezione le posture degli esseri viventi, ma non hanno un'autonoma capacità di agire: per spostarsi, per cambiare posizione hanno bisogno di tre persone che, sedute al bordo dello spazio, entrano in scena una dopo l'altra e si prendono cura ciascuno dei rispettivi manichini. Li mettono seduti, sdraiati, li sorreggono in una rigida camminata, poco importa: ciò che conta soprattutto sono i gesti scarni, essenziali dei performer-animatori, è il loro intervento "a vista", che fa pensare a un asciutto, sofisticatissimo rito orientale.

Fino a un certo punto, la loro elaborata operazione concettuale va in crescendo: i fantocci paiono ora meditare, ora soffrire, ora interrogarsi su se stessi. La possibilità di interpretare i loro atteggiamenti, di cogliervi la metafora di una più ampia manipolazione è lasciata tuttavia alla soggettività degli spettatori. In questo senso un ruolo fondamentale l'ha anche la musica, che ne guida e ne plasma direttamente le risonanze emotive. Verso metà strada, però, quell'effetto ipnotico si va come esaurendo, ed è allora che si avvertirebbe l'esigenza di uno scarto, di una rottura dello schema, che invece non arriva: resta dunque l'impressione di un'ipotesi affascinante, su cui però ci sarebbe ancora da lavorare.

di renato palazzi

(11:51 - 23 mar 2010)



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