Alla sua terza regia, Alessandro Gassman, da poco nominato direttore del Teatro Stabile del Veneto, continua il suo personale viaggio all'interno di un teatro che si snoda in un ininterrotto andare e venire fra palcoscenico e cinema, evidente nella scelta dell'approccio a un testo - allo stesso tempo emozionante e inquietante -, come Roman e il suo cucciolo. Tutto qui è iperrealistico a cominciare dalla recitazione, dalla gestualità, dal modo in cui gli attori si propongono ma dovrei dire si "impongono" con una forza incredibile al pubblico.
Come è iperrealistica la violenza, l'angoscia, l'emarginazione, la solitudine. In una parola la vita, randagia, senza sbocchi e quello spaesamento che nasce dall'essere senza radici ma sempre e comunque legato ai propri riti (il culto di una Madonna nera detta schiavona) e perfino senza lingua, con la necessità di inventarsene un'altra.
E iperrealistico è il luogo del dramma: un rifugio per poveri cristi che la scena di Gianluca Amodio costruisce come uno spaccato di casa a due altezze in modo da permetterci la visione simultanea di situazioni diverse ma contemporanee. Una casa ai margini dell'autostrada dove sfrecciano i fari luminosi delle macchine e dove regna una fisicità fortissima, primitiva, quasi animalesca che fa "sentire" i corpi proprio come è percepibile l'odore delle uova che cuociono.
Qui si riunisce un mondo di sradicati: un padre nevrotico e repressivo, uno "zio" affettuoso, i "papponi", la prostituta ridotta a schiava, un finto poeta eroinomane, l'amico del cuore di Cucciolo, che ha portato una canzone a Sanremo e che si traveste da Che Guevara. E c'è la droga, coca, eroina che si vende, che si sniffa cercando di preservare "il cucciolo" per il quale si sogna un avvenire migliore. Uno spaccato di vita terribile nel contrasto fra il padre e il figlio che vuole rompere con il passato del genitore e si sente italiano. Ma è difficile sfuggire a un destino di emarginazione e liberarsi di un padre padrone anche se non privo di affetto. E il drammatico finale spinge ulteriormente e abilmente su questo tasto con il colpo di pistola che mette fine alla vita di Roman e con la discesa di Cucciolo nell'inferno dell'eroina.
Roman e il suo Cucciolo, che Edoardo Erba ha tradotto e adattato anzi ricreato con grande bravura e lucidità da un testo (Cuba and his Teddy bear, interpretato nel 1986 da Robert De Niro) di Reinaldo Povod, drammaturgo rivelazione, figlio di una portoricana e di un cubano di origine russa scomparso a soli 34 anni nel 1994, pone al centro il tema dell'emigrazione, della difficile accettazione dell'altro.
Povod raccontava l'emigrazione dei latinos negli Usa. Erba invece, con un linguaggio tutto inventato che trova la sua verità in palcoscenico, ci racconta l'emigrazione romena, di Roman e sua madre, in fuga dalla dittatura di Ceausescu, vent'anni prima della grande diaspora che l'uomo guarda con sospetto anche se il sogno di inserirsi sposando un'italiana è fallito miseramente.
Privilegiando dunque dopo un emozionante La parola ai giurati (recensione) ancora una volta uno sguardo politico su temi che ci riguardano da vicino - in questo caso la nostra incapacità all'accoglienza di chi è diverso da noi - Gassman mostra ancora una volta non solo la sua predilezione per la contemporaneità ma anche una capacità e una sensibilità formidabile nel rappresentarla.
Anche per questo la sua è una grande, duplice prova, sia sul piano interpretativo che su quello registico. Infatti è tutto il gruppo di attori - fra i quali ricordo almeno oltre a Gassman Manrico Gammarota che è uno zio umano e ironico , il giovane, convincente cucciolo di Giovanni Anzaldo, il Che nerovestito di Sergio Meogrossi -, a offrire un'interpretazione per più aspetti coinvolgente. Da vedere.
La tournée 2010 dello spettacolo
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di maria grazia gregori
(15:33 - 30 mar 2010)
Francis scrive alle 01:53 - lun 18 apr 2011
Diceva il mio professore di italiano che un'opera che rispecchi il palpito dell'umanità è da considerarsi un capolavoro. Ebbene, raramente capita di vedere a teatro una rappresentazione di vita così aderente alla realtà, nel linguaggio, nei personaggi e nelle situazioni con tutti gli attori ad elevato livello di coinvolgimento nella recitazione. Splendido!
gemmafiora scrive alle 23:51 - mer 06 apr 2011
Apprezzo moltissimo le intenzioni di Alessandro Gassman, la scelta dei soggetti da rappresentare, lo spirito con cui li mette in scena. Questo lavoro, però, non mi ha coinvolto come mi sarei aspettata dalla lettura della trama, e il motivo cercherò di spiegarlo: i toni concitati, le voci troppo alte, il rumore eccessivo, e l'esagerata rapidità del parlare del protagonista (che, oltretutto, si fa capire pochissimo) tolgono drammaticità al racconto, esattamente come l'eccesso di violenza e di scene "pulp" sdrammatizza testi troppo crudi. Ma in certi film questo eccesso è voluto proprio con quel fine, mentre qui riesce solo a togliere tensione. Peccato, perchè Gassman è veramente una bella persona e un bravo attore, così come lo zio, bravo e spontaneo, ma un po' troppo caratterista per il testo che doveva interpretare. Insomma.....mi è sembrato che la regia presentasse qualche pecca!
dora scrive alle 15:52 - sab 26 feb 2011
Lo spettacolo tragicomico è molto coinvolgente, rimani in tensione fino alla fine, attori bravissimi.
herald scrive alle 12:57 - mer 26 gen 2011
Violento, esplicito, reale.
Ottima la recitazione in una lingua non inventata ma "assimilata", mista fra rumeno e romanesco.
Voto utenti:
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