Una stanza, una delle tante stanze di Bernhard. E un attore, uno dei tanti che affollano i testi di quest'autore grandissimo e beffardo, murato nella solitudine del suo umore nero, proprio come succede ai suoi protagonisti. Lui e loro abituati o costretti a vivere sul crinale sottile che separa l'estraneità dalla follia, la solitudine dalla dimenticanza quando non dalla morte. Non importa se questo attore (e la scelta dipende senza dubbio dall'amore totalizzante che Bernhard aveva per il teatro) sia stato grande oppure no. Quello che conta è che fosse un uomo che poteva riempire, attraverso le sue interpretazioni, il vuoto della sua vita: un mondo di fantasmi o piuttosto di allucinazioni.
Noi lo vediamo, questo attore, in diversi momenti della sua giornata, con un cappotto o una coperta addosso e una corona in testa portata in occasione della sua celebre interpretazione di Riccardo III di Shakespeare, forse il ruolo più importante della sua vita. E lo ascoltiamo parlare, logorroico, di sé e poi ancora di sé o del suo personaggio oppure riflettere sul pensiero del compagno di strada che si è scelto, nientemeno che il filosofo Schopenhauer di cui si cita continuamente il pessimismo, quasi un nume tutelare o forse come un doppio di se stesso, presente anche in un ritratto nella stanza claustrofobica di Joseph Frommwieser, illuminata dalle luci crude di Gigi Saccomandi. La solitudine di quest'uomo, egocentrico e solitario è a malapena rotta da una ragazzina, che gli porta due volte alla settimana il latte, che egli odia e che butta via non appena lei se ne è andata.
La ragazzina è l'unico contatto umano con il mondo di fuori: sia pure intimidita e intimorita è l'unica che riesce ad ascoltarlo, ad accettare la sua ruvida e rara tenerezza, adattandosi talvolta a fare da comprimaria alle sue follie, in ginocchio di fronte a lui, la corona in testa, prolungamento muto del suo io e della sua inquietudine...
Messo in scena con uno scavo intelligente e profondo da Cesare Lievi (che dell'autore austriaco è un vero conoscitore: ha firmato la regia di più di un testo di Bernhard, il cui teatro è edito da Ubulibri), Semplicemente complicato ( "nel mondo - dice l'attore- tutto sembra semplice ma invece è complicato. Semplicemente complicato"), che può contare sulla notevole traduzione di Umberto Gandini, ha in Stefano Santospago un interprete perfetto, in grado di mescolare la livida, nascosta buffoneria del suo personaggio al nero colmo d'amarezza di un vuoto totale, di una follia ripetitiva e impotente. Uno spettacolo da non perdere.
Visto al Teatro Santa Chiara di Brescia
Le prossime date dello spettacolo
___
Hai assistito a questo spettacolo? Scrivi la tua recensione (max 10 righe). Registrati ed entra a far parte della community di Delteatro.it!
___
di maria grazia gregori
(13:21 - 22 mar 2010)
Voto utenti:
30/06/2011
Fine famiglia
28/06/2011
La modestia di Spregelburd
27/06/2011
Brilliant Corners
25/06/2011
Attila alla scala
24/06/2011
Povera gente