Tannhäuser alla Scala, diretto da Zubin Mehta e la regia della Fura del Baus, subito ribattezzato uno spettacolo Fura-Mehta, per indicare quanto concordemente sia nata insieme questa mise en scène; del resto a Firenze il maestro con il gruppo catalano ha già presentato tutto il Ring, nell'arco di tre anni, che verrà ripresentato, se tutto va bene, nel nuovo teatro in allestimento l'anno prossimo. Ma il successo fiorentino della tetralogia non si è ripetuto qui alla Scala che a metà: una festa riuscita in parte, una metà equamente divisa tra applausi convinti, e fischi e muggiti altrettanto convinti. A tal punto che a noi applaudenti un ignoto dall'alto, con voce flautata e indignata, ha urlato "pecore, mucche"; a cui è stato risposto però "bue coglione". Questo, al turno A, che è quello che accoglie gli abbonati melomani più antichi.
Una manona tecnologica - e a dire il vero anche un po' rumorosa - incombe sulla scena a indicare il destino e altri simboli, anche di condanna quando l'indice minaccioso scaccia il peccatore Tannhäuser a redimersi. Nell'ultimo atto però, il pollice è aperto, come fosse staccato, e, dentro la mano, prega Elisabeth per il suo amato cantore: nessun simbolo religioso è mai presente, non una croce, non una Madonna, solo il ditone. Nel primo atto, corpi nudi mimano efferatezze sessuali quasi sadiane, mentre Venere e il nostro eroe, su un cocuzzolo rosa, il Venusberg, che sembra una tetta, si amano e si dicono addio: sotto di loro ruotano avvinti giovani coppie in foia, proiettate e ingrandite sul fondo da un computer-guida.
Nel secondo atto, che dovrebbe ambientarsi nella sala dei cantori della Wartburg, irrompe invero un balletto indiano, puro Bollywood, mossette e salterelli da discomusic compresi, e poi arrivano gli invitati, tutti della buona borghesia di Bombay: un omaggio al maestro che è di origine indiana? Le dichiarazioni dei registi affermano, nel programma di sala, che lo spostamento esotico è dovuto al fatto che in India le tradizioni medievali sono vive ancora. Può darsi; però sono diverse. Qui siamo in Turingia, una Turingia che sembra però Marte dei film di fantascienza, quando il povero eroe, colpevole d'aver cantato l'amore profano, e cioè la sua Venere, viene cacciato a redimersi in pellegrinaggio a Roma, onde ricevere il perdono papale. E lui si avvia nach Rom, in un paesaggio lunare.
Nel terzo atto poi, su dei teli bianchi, stesi da delle lavandaie molto occidentali, viene proiettato l'arrivo su un jet Alitalia nientepopodimeno che di Wojtyla, non si sa dove scenda; comunque è chiaro che il vicario di Cristo nega al nostro eroe il perdono. Che verrà alla fine, questo perdono, grazie alle preghiere e al pianto di Elisabeth: infatti in una ruota leonardesca sollevata in alto, appare il volto piangente di costei, da qui si dipartono due lastre bianche a forma di virgole e scendono a terra: sarebbero due fontane di lacrime; infatti formano una laghetto. Nel quale, Tannhäuser, finalmente redento e libero dalla passione venerea, compie il suo destino; mentre giungono i pellegrini giustamente a cantare il loro meraviglioso coro.
Francamente io mi sono divertito, e molto; a volte pieno di ammirazione - anche se qui l'ho sottaciuta - per la felicità di alcune soluzioni e l'ingegnosità delle trovate; altre volte invece, sorpreso e colmo di stupore, per la loro pretestuosità. In ogni caso, c'è qualcosa che non funziona nello spettacolo, che non convince: forse quello che è stato fatto egregiamente col Ring, a partire, ricordo, da Ronconi a Firenze, da Chèreau a Beyreuth, e dalla Fura di nuovo a Firenze, forse non è tanto lecito col Tannhäuser. La dislocazione geo-temporale non giova a quest'opera così complessa e compatta, ma meravigliosamente e inderogabilmente romantica e legata a un contesto storico-religioso e anche folklorico da cui non si può prescindere, a rischio di perdere ogni coordinata logica, sia pure di una logica poetico-romantica.
Comunque l'opera continua a commuovere, e Mehta riesce con maestria e una certa solennità, come si deve, a darci un Tannhäuser di grande sinuosità, forza e fascino; del resto sappiamo che è un wagneriano "antico" e fedele, da quando giovanissimo diresse con l'orchestra della radio un fiammeggiante Tristano. Anche la compagnia di canto è degna del livello scaligero; soprattutto bravissima Ania Hartenos nel ruolo di Elisabeth; così Roman Trekel in quello di Wolfram von Eschenbach, per citare solo i maggiori; qualche perplessità invece lascia il Tannhäuser di Robert Dean Smith, con le sue tonalità stentoree e ingolate; certamente non adatto al ruolo, anche se la voce c'è e potente; lo aspettiamo quindi in altre performance.
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di piero gelli
(15:14 - 25 mar 2010)
roriange scrive alle 10:14 - sab 27 mar 2010
Caro Sig.Gelli,
la sua critica mi trova con Lei d'accordo.
Anch'io mi sono divertita a tratti, ad osservare le incongruenze del mondo indiano portato nel medioevo tedesco e penso che forse qualche trovata di meno non avrebbe nuociuto.
Anche per i cantanti sono d'accordo con Lei. Grande Harteros, buono Trekel, così così Gertseva, penoso Dean Smith (non mi pare un heldentenor). Preciso che ho assisitito alla generale, e quindi magari non tutti cantavano in tono.
Grazie per l'ospitalità e buon lavoro
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