No, non è una fiaba The Syringa Tree, che nasce dall'esperienza personale della scrittrice sudafricana Pamela Gien. È piuttosto un'autobiografia attraverso persone, immagini, sensazioni, ricordi, profumi vissuti in prima persona o che, comunque, chiunque allevato in una famiglia liberal come la Gien, poteva avere vissuto o sentito raccontare.
The Syringa tree - che è poi l'albero all'ombra del quale si svolgono molti dei fatti raccontati - è come lo spirito della casa che veglia e protegge le persone che vi abitano ma è anche un rifugio per chi non sa dove andare per chi per vivere e lavorare deve possedere il lasciapassare per entrare o uscire in quella specie di ghetto all'incontrario in cui vivono i bianchi. Ma è anche la poetica e lucida accusa verso il Sudafrica dell'apartheid, un grande Paese dilaniato dall'ottusità e dalla violenza, dall'ingiustizia sociale che divide gli uomini secondo il colore della pelle.
A farci da guida in questa storia che ci permette di toccare con mano l'orrore di quei tempi è una bambina di sei anni, Elisabeth Grace, che ci racconta la vicenda umana di tutti quegli esseri bianchi o neri, afrikaans o sudafricani che, in quel sobborgo di Johannesburg gravitano attorno alla sua famiglia e di Moliseng, bambina nera figlia della sua tata, più volte destinata alla morte dall'ingiustizia e dall'impossibilità di essere curata fino a un radioso giorno in cui incontrò la morte per davvero, ribellandosi, come tanti suoi coetanei, a un'ingiustizia di lunghi decenni.
The Syringa Tree percorre gli anni della progressiva presa di coscienza del popolo nero del Sudafrica e della altrettanto progressiva sconfitta delle leggi disumane che fino ad allora erano state conservate con un regime di terrore e che hanno costretto, per rifiuto, la nostra protagonista ad andarsene e a farsi una nuova vita negli Stati Uniti, per poi ritornare a rivedere il suo Paese e il padre, medico sopravvissuto a tutto, quando il Sudafrica sarà pacificato da Nelson Mandela, l'Invictus. Lungo questo tribolato racconto che inizia con Elisabeth bambina che volteggia solitaria su di un'altalena inseguendo i suoi sogni, ci accompagnano il profumo dei fiori lilla del grande e ombroso albero della siringa, le musiche, i colori, i profumi di quel Paese dalla "bellezza quasi intossicante".
In Italia questo testo, che nei paesi anglosassoni è stato pluripremiato nell'interpretazione della stessa autrice, arriva per la vera e propria folgorazione di Rita Maffei, attrice sensibile e curiosa e soprattutto non omologata a scelte facili, che ne è l'unica, bravissima interprete dando voce, gesti, atteggiamenti, profondità - oserei dire verità - a ben 24 personaggi, non cedendo mai al bozzetto.
Una vera e propria faticaccia, che la Maffei gestisce con un oculato dosaggio delle proprie forze, con misura esemplare, continuamente dentro e fuori i protagonisti pieni di umanità di questa storia. E firma anche a quattro mani con il primo regista dello spettacolo, Larry Moss, la regia italiana di questo racconto epico, corale denuncia, poetica e feroce insieme, di un tempo che non dovrebbe mai tornare in nessun Paese del mondo.
Visto al Teatro San Giorgio di Udine
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di maria grazia gregori
(13:27 - 09 mar 2010)
Voto utenti:
30/06/2011
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