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16:37 - luned́ 21 maggio 2012


L'avaro

Si, è inaspettato l'Arpagone dell'Avaro di Molière secondo il Teatro delle Albe. E non tanto perché a interpretarlo è una donna. Soprattutto se si tratta di Ermanna Montanari, un'attrice che prima o poi ci aspettiamo di vedere in Amleto nel ruolo del titolo. È inaspettato perché, usando della magnifica traduzione di Cesare Garboli, tutta giocata sui chiaroscuri della modernità, Marco Martinelli e i suoi attori ci hanno proposto un Avaro che ha le stigmate del nostro confuso e contradditorio presente.

Così non possiamo fare a meno di chiederci che cosa sia questo denaro di cui tutti parlano, per cui tutti si accapigliano, che molti invidiano e per il quale qualcuno è pronto a sacrificare la felicità. E che ci appare sempre di più non solo il mezzo, uno dei fondamentali di sicuro, per stare bene, ma il segno di una posizione sociale spesso volgare, spesso rinchiusa nelle mura asfittiche della propria casa. Il denaro, in questo Avaro delle Albe, è piuttosto una malattia, un segreto che non si può rivelare, forse addirittura una colpa sociale. Che in tempi di vacche magre come quelle che viviamo riguarda tutti noi, ci rende complici, anche se inconsapevoli o recalcitranti, di quanto avviene in scena.

Da qui discende la scelta di una scena quasi vuota, dell'immagine di un teatro che si prepara proprio sotto i nostri occhi, degli oggetti a vista, degli spazi che si fanno e che si disfano, dei costumi senza tempo, dei modellini che citano la casa di Arpagone ora più vicina ora più distante, dei personaggi che vanno e che vengono come in un vaudeville nero, una specie di Hellzapoppin' da azzeccagarbugli quali sono Arpagone e i suoi fidi ma anche i suoi figlioli e le persone che gli stanno attorno. Questa storia di un padre pronto a sacrificare la felicità dei suoi figli pur di non dare loro una lira di dote e impalmare con sprezzo del ridicolo una giovanissima fanciulla, per fortuna viene riscritta da un deus ex machina, il padre dei due innamorati dei figli del nostro "eroe". Con tanto di lieto fine che ci coinvolge direttamente in quanto il padre in questione, di nero vestito anche lui (lo interpreta Marco Martinelli stesso), viene dalla platea, da noi insomma: forse è la faccia buona di una stessa medaglia che ci riguarda e che porta da una parte il ritratto di Arpagone e dall'altra quella di Anselmo.

In una compagnia variegata che mescola attori storici delle Albe (come Luigi Dadina, per esempio, che interpreta Mastro Giacomo, il factotum di casa) e giovani interpreti magari formatisi nei seminari tenuti dagli instancabili Montanari-Martinelli, una riflessione a parte la merita Ermanna-Arpagone. Chiusa nel suo abito nero - giacca e pantaloni - la Montanari non ci propone un avaro a un dimensione, ma un Arpagone costruito su diversi segmenti di suggestioni: ingenuo, beffardo, crudele, svampito, padre padrone... Tante facce per un solo personaggio la cui epifania è affidata al microfono - simbolo del proprio ruolo come un tempo poteva essere il bastone -, alle modulazioni della voce. La sua è un'immagine positivamente disturbante, che ci fa riflettere.

Visto al Teatro Storchi di Modena

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di maria grazia gregori

(15:27 - 21 apr 2010)



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I vostri commenti

marcopiloni scrive alle 13:48 - dom 23 gen 2011
ottima rappresetnazione e rivisitazione di un classico

ironuccio scrive alle 16:48 - sab 24 apr 2010
Non raggiunge la potenza energetica e il coinvolgimento dell'Ubu buur, ma quest'ultimo spettacolo delle Albe è un piccolo capolavoro di estetica delle immagini, ricerca drammaturgica e abilità interpretativa.
Senza mai scadere nei tranelli dettati dagli stilemi classici, ma usandoli a proprio vantaggio, Martinelli e la Montanari spennellano tutto il teatro, platea e palchi compresi, con un subdolo senso di disagio, un'impressione di inadeguatezza collettiva strisciante, una vena di fredda e disarmante ironia che nel raccontare una storia ben nota e a lieto fine fanno venire la pelle d'oca.
La Montanari è semplicemente incredibile, gli altri attori bravi nel trattare il testo con una superficialità al limite tra l'irriverente e lo strumentale, lasciando sempre allo spettatore il dubbio del "Ma lo sta dicendo sul serio?".


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