L'inganno - Sleuth
Una volta i Madness, storica ska band inglese, gli dedicarono pure una canzone: Michael Caine, al di là delle sue simpatie per i conservatori, compresa la Thatcher, è una icona del cinena, non solo inglese. Due Oscar, una nomination, una filmografia sterminata: quel sorriso scanzonato e il volto enigmatico lo hanno reso perfetto per noir, polizieschi, spy story di ogni genere. Insomma, Sir Caine è un osso duro da affrontare. Soprattutto in una partita "doppia", come è Sleuth, testo teatrale di strasuccesso scritto nel 1972 da Anthony Shaffer, portato due volte sul grande schermo: la prima a ridosso del debutto, con la regia di Mankiewicz, interpretato da Laurence Olivier e Michael Caine; la seconda, in un remake sceneggiato nientemeno che dal premio Nobel Harold Pinter, per la regia di Kenneth Branagh e l'interpretazione di Caine (nel ruolo che fu di Olivier) e del giovane Jude Law. Ma non solo: dopo 4 anni di tutto esaurito a Broadway e 8 anni sold out a Londra, dopo la versione francese di Weber e Torrenton, insomma, Sleuth, ossia Gli insospettabili, ossia L'Inganno (come è tradotto oggi), è un'opera che potrebbe competere con Macbeth.
Quali son le ragioni del successo di questo testo? È una commedia brillante, intrigante, intelligente, ben scritta, amara e sorprendente. Un classico, insomma: con quel gusto retrò alla Agatha Christie con la tensione di un film di Hitchcock, aggiornato da studi di psicoanalisi e di strategia, con tecnologie varie e non pochi colpi di scena. Come ogni classico,
Sleuth non passa di moda: richiede, per essere messo in scena, semplicemente due ottimi attori. Non tanto per competere con Sir Caine, con Laurence Olivier o con Jude Law, quanto per assecondare quella sottile partita a scacchi che è il testo.
La trama è bizzarra, ma immediatamente coinvolgente. Un anziano scrittore eccentrico, non un genio ma di cassetta, attende nella sua grande e iperattrezzata casa la visita di un uomo. Questi arriva: è l'amante della moglie. Lo scrittore sa tutto e affronta direttamente l'altro, coinvolgendolo poi in un astruso piano di furto ai suoi danni, necessario per mantenere l'alto tenore di vita della donna in questione. La matassa si imbroglia, tra realtà e finzione, in un crescendo che spinge al grottesco e al tragico: il vecchio dirige il gioco, umiliando sempre più il giovane, in una spirale vorticosa di sopraffazioni e minacce, fino all'apoteosi.
Dopo il convenzionale intervallo, la storia ricomincia: ma a parti invertite. Come se si passasse dall'altra parte dello specchio, il gioco si riflette in se stesso. Si scopriranno tante cose, su tutte che l'uno ha ingannato l'altro, l'uno ha giocato con le paure e le nevrosi dell'altro. Gioco al massacro, si intende, per una partita che non ha vinti o vincitori: fatta di sottili seduzioni e gravose intimidazioni, di esasperate invenzioni e ciniche ferite, di divertenti battute e cocenti umiliazioni. Ecco, allora, la forza di questo testo: la capacità di tenere sul filo di un dialogo serratissimo l'aspro confronto di un uomo con un altro uomo, e dunque di un uomo con se stesso. Chi imbroglia chi, qua dentro?
E dunque capite che fior d'attori servono per recitare la recitazione, per passare da un livello di finzione all'altro, per tenere ingabbiato il pubblico in una vertigine di mistero in cui non è mai troppo chiaro l'inganno? Nella nuova edizione italiana sono
Glauco Mauri e
Roberto Sturno ad assumersi i ruoli di
Sleuth (attorniati, dice il programma di sala, da fantomatici Bruno Sorretto, Torn Bornestour e Steno Burrorto...). Mauri, che firma anche la regia, si diverte, e si vede: gioca, ci sta bene nel suo ruolo. Prende tutte le sfumature possibili, le fa sue, le fa brillare e se ne serve con aria sorniona. Tiene la scena con consumata maestria. E Sturno non è da meno: da sempre in coppia artistica con Mauri, Roberto Sturno è sottilmente infido, acutamente respingente, subdolamente trasformista. La scena di
Giuliano Spinelli, è imponente, elegante, giustamente datata, e fa da accogliente cornice allo scontro tra i due.
Sarebbe ingiusto far riferimenti ai film: va da sé che qui siamo in un altro contesto. Però il gioco funziona ancora. Con quel gusto retrò, che fa tanto Michael Caine...
Visto al Teatro Goldoni di Venezia___
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di
andrea porcheddu
(17:13 - 27 apr 2010)