Nella visione solo apparentemente lieve e giocosa - in realtà alquanto acre - del Teatro Sotterraneo la vita è un crudele ciclo che nasce, si sviluppa, si evolve e fatalmente è condannato a estinguersi. L'origine delle specie ribalta in qualche modo i presupposti dello spettacolo precedente, Dies irae. Cinque episodi intorno alla fine della specie (recensione) partendo dall'inizio del tragitto umano, laddove là ne inquadrava l'apocalittica conclusione: ma invertendo l'ordine dei fattori, nel perfetto teorema del gruppo fiorentino, il risultato a quanto pare non cambia, e il futuro che ci attende è ancora un paesaggio di rovine e desolazione.
Se Dies irae si proponeva di fornire cinque ironici modelli di auto-distruzione, L'origine della specie ripercorre la nostra storia collettiva dal brodo primordiale al definitivo spopolamento del pianeta, ricostruendola attraverso una serie di linguaggi diversi: c'è la creazione del mondo evocata come un singolare videogame proiettato su grande schermo, vulcani, mandrie, città edificate e abbattute, c'è la selezione naturale illustrata da filmati di animali che si divorano spietatamente fra loro, c'è il progresso culturale raffigurato da due attori che indossano una t-shirt sopra l'altra, e sfilandole mostrano su ciascuna il nome di un illustre antenato, Cristoforo Colombo, Marx, Freud, Galileo, Andy Wahrol.
Lo stile è come di consueto spoglio, quasi privo di intenti rappresentativi: ma qui, rispetto alle abitudini del gruppo, pare di cogliere il bisogno di una maggiore articolazione espressiva. Appaiono maschere, appaiono persino degli abbozzi di personaggi. Darwin, ad esempio, è per lo più assente, citato solo per tutto ciò che non poteva conoscere: non sapeva del Big Bang, non aveva mai sentito parlare della bomba all'idrogeno. Ma a un certo punto lo scienziato si presenta di persona, sotto forma di un buffo ritratto vivente, un Darwin-dio che spara ad Adamo ed Eva mentre stanno imparando a usare la parola proprio grazie alla lettura della sua Origine della specie.
Il tono, come al solito, è beffardo, scanzonato. Ma il sorriso nasconde una morbida ferocia: non a caso il clou dell'intero spettacolo è il momento in cui un enorme panda di peluche, l'ultimo panda sulla faccia della terra, confida a una grottesca figuretta travestita da Mickey Mouse di voler morire. L'effetto è assolutamente disperato, straziante. Ed è inquietante l'immagine finale dei viaggiatori di un altro tempo o di un altro spazio che raccolgono da una striscia di terra brulla i resti di ciò che fummo.
La giovane compagnia, che ha appena vinto un premio Ubu con altri esponenti del ricambio generazionale attualmente in corso, era alla sua prima esperienza produttiva in una struttura pubblica, lo Stabile della Toscana, e sembra aver superato la prova senza traumi. Il lavoro - che verrà riproposto con Dies irae al festival di Dro - ha forse bisogno di essere ancora rifinito in alcuni passaggi, ma si tratta di dettagli. È più bello, è meno bello? La questione è del tutto ininfluente: a colpire davvero è la sicurezza con cui il drammaturgo Daniele Villa e i tre attori tornano su un tema già affrontato, senza dare neppure per un attimo la sensazione di ripetersi, anzi rivelando un'insolita capacità di scavare, di approfondire, di andare avanti.
Visto al Fabbricone di Prato
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di renato palazzi
(17:19 - 08 apr 2010)
Voto utenti:
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