Nel 1979, al Teatro alla Scala, un Festival Berg, in accordo con l'Opera di Parigi, in quindici giorni, presentò quasi tutta l'opera del grande compositore austriaco, sia sinfonica che da camera e operistica. Tanto per ricordare: Claudio Abbado diresse il concerto per violino e orchestra, con Salvatore Accardo come solista, il quartetto Lasalle la Lyrische suite e il Quartetto n.3; Pierre Boulez i Sieben frühe Lieder e il KammerKonzert per pianoforte e violino. Inoltre sempre Abbado fu alla direzione del Wozzeck per la regia di Luca Ronconi e le scene di Gae Aulenti: ricordo che ogni scena delle quindici che lo compongono scorreva su un nastro, per precipitare, con qualche non lieve rumore nei meandri del sottopalscoscenico; comunque uno spettacolo coinvolgente. Ma ancor più coinvolgente e indimenticabile fu la Lulu, diretta da Pierre Boulez con l'orchestra dell'Opera di Parigi, la regia di Patrice Chéreau e le scene di Richard Peduzzi.
Ecco, contro quel ricordo, ripeto indelebile anche perché per la prima volta la si vedeva integrale, si confrontava lo spettacolo odierno, diretto da Daniele Gatti, con la regia di Peter Stein, già collaudata comunque a Lione e a Vienna. Prima del 1979, anche per volere della vedova Helene Berg - che sopravvisse, come succede spesso alle vedove impiccione, quarantun'anni al marito (lui muore nel '35, lei nel '76) - ogni tentativo di recuperare il terzo atto, quasi totalmente messo a punto come scrisse allora Boulez, venne frustrato. Morta lei, il compositore Friedrich Cerha, poté finalmente, ripristinare e recuperare agevolmente l'atto, di cui si conoscevano, per altro, due frammenti inseriti in una Symphonische Suite dall'opera che Berg presentò a Vienna poco prima di morire.
Nel libretto di sala dell'edizione scaligera 1979, c'è un saggio di Cerha che dà ragione del suo lavoro e del suo operato: non si capisce perché l'abbiano eliminato, oltretutto sbagliandone nella locandina e nel libretto odierno di sala nome e cognome, in barba anche al fatto che il compositore tuttora vivente è uno dei più grandi musicisti austriaci contemporanei.
Sfidando "l'anatema" un'affermata critica di un settimanale culturale molto in voga oggi, afferma, recensendo l'opera, di preferirla in due atti, come si è sempre vista prima della data suddetta. Non condivido l'idea affatto, ma la rispetto, visto che anche il pubblico scaligero, assai freddino, ha seguito "il consiglio": al terzo atto, la platea si era dimezzata. Ma si sa, il pubblico della Scala, quello milanese stanziale, alle dieci comincia a sbadigliare per sonno e fame. Siamo rimasti in pochi quindi a festeggiare una compagnia di canto, un'interprete e un direttore e un' orchestra a dir poco magnifici. Oltre tutto, il terzo atto, non solo è bellissimo, riprende e conclude radicalmente e musicalmente la complessa organizzazione ricavata dalle due tragedie di Wedekind e rivela la figura e il ruolo delle due donne, la protagonista e la devota amica lesbica, la contessa Geschwitz (una bravissima Natascha Petrinsky), ma è necessario a disegnare e togliere dall'intenzionalità, la caratterizzazione emblematica del personaggio, che non è, in Berg, ma neanche in Wedekind, una femme-fatale del genere tanto noto alla letteratura e al teatro del secondo Ottocento e primo Novecento. Possiede un erotismo inconsapevole, una "fatalità femminina" di cui più che colpevole è una portatrice predestinata: è insomma una vittima, come l'altro grande "eroe" berghiano, Wozzeck, una vittima del potere degli altri.
Sono gli altri che in Lulu cercano la loro morte, o rovina, uccidendosi o, alla fine, uccidendola, come farà, guarda caso, Jack lo squartatore. La musica di Berg radicalizza e illumina tutto questo, servendosi liberamente di ogni metodo, usando la dodecafonia, ma non disdegnando richiami e accenni al jazz come alle forme del melodramma classico, accendendo tutto al calor bianco della sua umanità. E Daniele Gatti, grande interprete - e lo si è sempre detto - segue e riveste con rigore, con una lucidità carica di pathos i suoi personaggi, soprattutto la protagonista, e lo fa egregiamente grazie anche a una compagnia di canto che non sgarra mai, in nessuno dei suoi componenti, ma soprattutto nella resa straordinaria di Laura Aikin, alternante ingenuità corruzione perversione e sgomento, ma soprattutto sensualità, con la sua frangetta alla Louise Brooks.
Quanto a Peter Stein, ha deciso per una messa in scena "anti-Chéreau", spostando l'azione al tempo in cui fu composta: quindi tutto un raggelato elegante decò, interni Bauhaus e luci fredde, con un intenso rosso-sangue nel terzo atto, che la riscalda questa regia, molto composta, quasi opposta alla rastremata passionalità della musica. Comunque un grande spettacolo.
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di piero gelli
(12:52 - 19 apr 2010)
Voto utenti:
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