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16:47 - luned́ 21 maggio 2012


Macbeth

Declan Donnellan è un regista molto conosciuto e piuttosto amato in Italia. Con la sua compagnia, Cheek By Jowl, che è ormai una sorta di multinazionale, è stato ospite dei nostri teatri. Il suo merito, indiscutibile, è avere la capacità di affrontare classici della drammaturgia inglese (Shakespeare su tutti, ma senza disdegnare Kushner o Racine) e portarli con grande nitore in scena, avvalendosi sempre di una compagni d'attori compatta e di altissimo livello, seppur senza "star".

Le sue regie, per usare un ossimoro, eccellono in normalità: si appoggiano sulla bravura degli attori, fanno parlare il testo, ne enucleano temi portanti e spingono verso una garbata attualizzazione, fatta senza forzature o eccentricità. I classici ne escono irrobustiti e rispettati, ossia splendidamente contemporanei, pur salvaguardando quella "sfasatura" frutto della sedimentazione nel tempo e nell'immaginario di ciascuno.

Così Macbeth, allestito al Barbican di Londra dopo una tournée che toccherà a breve anche l'Italia, diventa un possente e bello spettacolo, che certo non commuove come - che so - quello di Nekrosius, non inquieta come quello di Bellocchio o non sorprende come la storica versione di Carmelo Bene, ma che ha respiro, forza, intelligenti soluzioni e grande efficacia.

Lo spazio è vuoto, delimitato ai lati da strutture verticali in legno, quasi enormi cassette, che possono evocare mura o torrioni. C'è nebbia, prevalgono tinte scure. E subito c'è la prima gustosa intuizione: tutto il cast (vestiti tutti uguali: pantaloni neri con tasconi, t-shirt nera, anfibi. Alcuni indossano giacche militari dalla foggia retrò, ma non connotate temporalmente, le donne in lungo e semplice abito nero) si schiera in questa penombra e le streghe, le misteriose e vaticinanti streghe, non ci sono. A pronunciare quelle profezie che daranno il via alla truculenta scalata al potere di Macbeth, saranno tutti, assieme, confusamente indistinguibili anche se svetteranno le voci femminili di Lady Macbeth e Lady Macduff, ossia il "femminile" di questa vicenda tutta virile.

Ecco, allora, la chiave di accesso all'opera scelta da Donnelan: senza mezzi termini, dice che il viaggio allucinato di questo ambizioso soldato è tutto e solo nella sua immaginazione. Non c'è mistero ultraterreno, non c'è fato. Ma solo lucida, banale, normale, violenza. Così la coppia assassina è capace di ridere e scherzare progettando l'uccisione del re Duncan (tra l'altro cieco nella versione dell'attore David Collings), è capace di ritrovarsi a tavola, a chiacchierare, dopo il massacro. E Lady Macbeth, bravissima Anastasia Hille, dice le sue battute, anche le più aspre, sempre con toni intimi, quotidiani, semplici. La follia è solo un incubo, un vagabondare notturno, una sonnambula certo ma comunque tenuta sotto stretto controllo medico di un analista.

La coppia dunque è salda: si baciano con tenerezza, si abbracciano con slancio, e nel finale Macbeth dirà le sue battute accudendo con carezze e piccoli baci sua moglie fino all'immancabile suicidio di lei, ormai esausta della vorticosa spirale di violenze. Anche Macbeth (l'ottimo Will Keen) ha l'aspetto dimesso di un ragioniere furbo: pelatino, gesti qualsiasi - come grattarsi la barba o la pancia - sorrisi disarmanti, un parlare asciutto, qualche sorriso dissacrante.

Le allucinazioni arrivano con Banquo, ma in fondo sono solo gestibili e risibili attacchi "d'ansia". Attorno a lui sono tutti giovani, pratici, seri: è giovane e ingenuo Banquo; è forte e idealista MacDuff; è un dandy gay il figlio di Duncan. Tutti pronti a inginocchiarsi davanti al nuovo re, al potere, o a far carriera. E le invenzioni di Donnellan, allora, si declinano per piccoli tratti o per subitanee esplosioni: se pure sembrano poco interessanti il gioco d'ombre che si proiettano giganti sullo sfondo o la danza celtica, ecco, invece, il portiere del castello, noto ruolo "comico", trasformarsi in una sguaiata e kitchissima portiera che sembra uscita pari pari da un film di Loach. Ecco la violenza e l'uccisione di Lady Macduff esplodere in una stilizzazione che amplifica la cruda barbarie dello stupro...

Ma in questo spettacolo della sottrazione e del rigore ad emergere sono i corpi e le voci mai declamatorie degli interpreti: gli attori inglesi di "scuola", si sa, sono bravi. Alla fine, sembra proprio che facciano tutto loro. Con buona pace dei registi.

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di andrea porcheddu

(14:49 - 13 apr 2010)



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