La grandezza dei Marcido consiste nella scelta di scavalcare continuamente i normali limiti che qualunque altro gruppo teatrale si imporrebbe: se dev'essere follia, che sia follia fino in fondo, incontenibile e assoluta. Quanto folle è l'idea di trasporre per la scena le estasi mistiche della monaca cinquecentesca Maria Maddalena de' Pazzi? Forse il pubblico, di fronte a quel profluvio verbale senza inizio e senza fine, di fronte a quel lucido delirio pieno di echi e risonanze, ma del tutto privo di qualunque logica razionale, è indotto a chiedersi perché mai debba restare ad ascoltare. Eppure resta, come inchiodato al proprio posto.
Questo effetto quasi ipnotico, d'altronde tipico dei Marcido, comincia fin dalla brusca caduta verticale del sipario che copre e nasconde l'apparato scenico. L'immagine iniziale è di quelle che restano impresse: una figuretta femminile elegantemente vestita di un incongruo tailleur color panna e un baschetto anni Trenta, sospesa a una certa altezza dal suolo su una sedia di metallo inserita in una struttura di sbarre d'acciaio, vagamente a forma di abside. A sostenerla, all'apparenza, sono alcuni cavi e tiranti laterali, ma in realtà è un robusto supporto posteriore di cui la scenografa Daniela Dal Cin va evidentemente molto fiera.
Quel pupazzetto in carne e ossa è dapprima immobile, poi prende vita, comincia a muoversi con gesti rigidi, a scatti, ma senza mai lasciare la sua postazione, metà trono e metà sedia elettrica. Sembra imprigionata da quest'ultima, ma soprattutto dalle proprie parole: dall'inizio dello spettacolo si mette a sproloquiare delle sue ascesi, delle sue visioni, del suo entrare e uscire da se stessa. Parla quasi senza sosta, interrotta solo dalle brevi intromissioni di tre anonime apparizioni con strane maschere piatte, che dalla cima dell'impianto intervengono a raccontare di quella bella bambina di Firenze che "voleva attorcigliarsi sul suo dito il baffone di dio".
Nell'operazione registico-drammaturgica di Marco Isidori Maddalena parla, un po' in italiano, un po' in latino, di angeli e demoni, di luce e di tenebra. Nel suo soliloquio si accendono i lampi improvvisi di una tortuosa ricerca dell'identità - "in verità non so in che io consisto", "se io sono, se io non sono, lo sai tu", persino un "essere o non essere" - che rimanda a suggestioni del precedente lavoro sull'Innominabile di Beckett.
Ma il testo, di per sé, conta poco rispetto all'abbagliante exploit interpretativo di una straordinaria Maria Luisa Abate, che con le sue incessanti variazioni di tono e di ritmo, coi suoi repentini mutamenti di dizione e di emissione vocale trasforma l'esperienza ascetica nella materia di un incredibile concerto: lei non recita, usa le proprie risorse tecniche come suonasse uno strumento musicale. La senti, e non ci credi: non puoi credere che un'attrice riesca a essere tanto brava, non puoi credere che un'attrice tanto brava non vinca premi, non sia sulle pagine dei giornali. Per ritrovare un simile saggio di maestria bisogna tornare a Carmelo Bene, di cui la Abate, in questo caso, sembra raccogliere degnamente l'eredità.
Visto Al Teatro Out Off di Milano
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di renato palazzi
(12:33 - 14 apr 2010)
emma scrive alle 10:52 - lun 03 mag 2010
sono completamente daccordo con il sig. Palazzi
Maria Luisa è fenomenale, nonchè disponibilissima. L'umiltà e l'amore per il lavoro dell'attore che emana dal suo corpicino è immenso.
Ho visto molti spettacoli dei Marcido e questo è sinceramente uno dei migliori. E mai l'avrei detto dall'argomento... ma come disse qualcuno di famoso "il testo è un pretesto!" e loro orchestrano il suono delle parole come in un concerto.
Spettacolo altamente consigliato!
Voto utenti:
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