Era il 1994, mi pare, quando Susan Sontag mise in scena Aspettando Godot nella Sarajevo stretta d'assedio. Là, sotto il tiro dei cecchini, senza luce o riscaldamento, senza nulla da mangiare, l'eterno testo di Beckett trovava inusitati valori d'attualità: il contesto, insomma, determinava profondamente il testo e a volte lo illuminava. Certo che questa partitura entrata ormai nell'immaginario collettivo - anche di chi non si occupa di teatro - periodicamente torna in scena. Quest'anno, poi, Aspettando Godot sembra godere di grande fortuna. Dopo il bell'allestimento di Lorenzo Loris (recensito da Maria Grazia Gregori) e in attesa della versione allstars con Ugo Pagliai ed Eros Pagni, arriva da Napoli una nuova versione del capolavoro creato nel 1953.
A firmarne la regia è Francesco Saponaro che - con la complicità scenica d'impatto creata da Lino Fiorito e le bellissime luci di un maestro come Cesare Accetta - dà al testo un'altra, ennesima possibilità. La sala del Mercadante di Napoli si presenta subito come un cantiere: calcinacci da una parte, legni disposti in ordine dall'altra, invadono mezza platea. Travi grandi e robuste spuntano dai palchi di barcaccia o servono come passerelle improvvisate per attraversare il dislivello e salire sul palcoscenico. Qui, anziché l'abituale albero, c'è una enorme scala.
Allora le suggestioni che assediano lo spettatore sono due. La prima è generale, o meglio generazionale: è bello vedere, sempre più, registi quarantenni (che altrove sarebbero considerati ormai consolidati, ma che in Italia sono ancora bambini) impossessarsi in modo gagliardo del repertorio. Gli esempi non mancano, e non è il caso di farli qui, ma è un segnale - non a caso da uno Stabile diretto da un quarantenne - che sembra espandersi a macchia d'olio e va registrato con interesse: ne escono spettacoli che hanno un gusto diverso, un sapore del presente che non guasta.
Allora, in questo senso, è intrigante vedere due giovanotti come Peppino Mazzotta e Giovanni Ludeno nei ruoli protagonisti: sono giovani, certo, ma solidi. E danno alla coppia comica anche un taglio insolito: intellettuale l'uno, passionale l'altro, sono due "scoppiati" ossia non sono più legati come affermano continuamente di essere. Sono giovani e atletici, forti, pronti a menare o pronti a fuggire, ad approfittarsi delle situazioni che via via si creano: carogne come gli altri. In attesa di una raccomandazione, di un lavoretto, di una svolta per quelle esistenze mediocri che tirano avanti. Certo non ingenui, e nemmeno poeti, per quanto si lancino in quelle affermazioni vagamente liriche. Ma non ci credono, Didi e Gogo: passano il tempo, si prendono in giro, ecco tutto.
L'aspetto generazionale, poi, si inquadra anche in una prospettiva che mi è sembrato poter cogliere: sembra quasi cioè che Saponaro abbia voluto veramente fare una riflessione tutta metateatrale (come è pure natura di questo testo) amplificandola in un approccio che sottolinea la sottile reazione-relazione dei quarantenni di fronte al "grande teatro". Nelle macerie di un teatro tradizionale e classico ormai esploso, allora, tornare alle due figure-mito, a quelle icone di Beckett, vuol dire tentare di prendere in mano il proprio destino di uomini e donne di teatro. Non è un caso che l'albero fiorito del secondo atto sia solo una quinta sgretolata e cadente dal cielo buio del teatro: è con quel mondo - ossia la scena italiana istituzionale - che questi attori e questi registi devono fare i conti. E non c'è scampo per nessuno. Così Pozzo e Lucky, generalmente due pezzi piuttosto noiosi, si svelano drammaticamente in tutta la loro evidenza. Elia Schilton - un interprete straordinario, sorprendente, in costante crescita di ruolo in ruolo - fa del suo "Po'zo" un vanesio "attore all'antica" in cerca di conferme, mentre il Lucky di Fabio Bussotti è magnetico e struggente, vittima desolata, commovente come un comprimario che cerca disperatamente di guadagnare quel quarto d'ora di celebrità. E una nota a margine merita il vivacissimo Leone Curti, figlio di Angelo Curti (tra i padri nobili del nuovo teatro napoletano e non solo): un debutto da ricordare, piccolo, candido e giustamente strafottente come messo di Godot.
Ed ecco, velocemente, la seconda considerazione: se è il contesto a determinare il testo, come insegna la Sontag, questo Aspettando Godot vale come ennesimo spunto per leggere il nostro teatro, assediato da politici rapaci e narcisi, da burocrati che non intendono mollare un centimetro, da fossili che fanno progetti per il futuro, da pensionati sempre sulla cresta dell'onda, i quarantenni si muovono disperati, litigiosi, troppo spesso perdenti o in eterne attesa di qualcosa o qualcuno. Fino a diventare vecchi...
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di andrea porcheddu
(17:40 - 12 mag 2010)
Voto utenti:
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