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16:49 - luned́ 21 maggio 2012


Aspettando Godot

Era il 1994, mi pare, quando Susan Sontag mise in scena Aspettando Godot nella Sarajevo stretta d'assedio. Là, sotto il tiro dei cecchini, senza luce o riscaldamento, senza nulla da mangiare, l'eterno testo di Beckett trovava inusitati valori d'attualità: il contesto, insomma, determinava profondamente il testo e a volte lo illuminava. Certo che questa partitura entrata ormai nell'immaginario collettivo - anche di chi non si occupa di teatro - periodicamente torna in scena. Quest'anno, poi, Aspettando Godot sembra godere di grande fortuna. Dopo il bell'allestimento di Lorenzo Loris (recensito da Maria Grazia Gregori) e in attesa della versione allstars con Ugo Pagliai ed Eros Pagni, arriva da Napoli una nuova versione del capolavoro creato nel 1953.

A firmarne la regia è Francesco Saponaro che - con la complicità scenica d'impatto creata da Lino Fiorito e le bellissime luci di un maestro come Cesare Accetta - dà al testo un'altra, ennesima possibilità. La sala del Mercadante di Napoli si presenta subito come un cantiere: calcinacci da una parte, legni disposti in ordine dall'altra, invadono mezza platea. Travi grandi e robuste spuntano dai palchi di barcaccia o servono come passerelle improvvisate per attraversare il dislivello e salire sul palcoscenico. Qui, anziché l'abituale albero, c'è una enorme scala.

Allora le suggestioni che assediano lo spettatore sono due. La prima è generale, o meglio generazionale: è bello vedere, sempre più, registi quarantenni (che altrove sarebbero considerati ormai consolidati, ma che in Italia sono ancora bambini) impossessarsi in modo gagliardo del repertorio. Gli esempi non mancano, e non è il caso di farli qui, ma è un segnale - non a caso da uno Stabile diretto da un quarantenne - che sembra espandersi a macchia d'olio e va registrato con interesse: ne escono spettacoli che hanno un gusto diverso, un sapore del presente che non guasta.

Allora, in questo senso, è intrigante vedere due giovanotti come Peppino Mazzotta e Giovanni Ludeno nei ruoli protagonisti: sono giovani, certo, ma solidi. E danno alla coppia comica anche un taglio insolito: intellettuale l'uno, passionale l'altro, sono due "scoppiati" ossia non sono più legati come affermano continuamente di essere. Sono giovani e atletici, forti, pronti a menare o pronti a fuggire, ad approfittarsi delle situazioni che via via si creano: carogne come gli altri. In attesa di una raccomandazione, di un lavoretto, di una svolta per quelle esistenze mediocri che tirano avanti. Certo non ingenui, e nemmeno poeti, per quanto si lancino in quelle affermazioni vagamente liriche. Ma non ci credono, Didi e Gogo: passano il tempo, si prendono in giro, ecco tutto.

L'aspetto generazionale, poi, si inquadra anche in una prospettiva che mi è sembrato poter cogliere: sembra quasi cioè che Saponaro abbia voluto veramente fare una riflessione tutta metateatrale (come è pure natura di questo testo) amplificandola in un approccio che sottolinea la sottile reazione-relazione dei quarantenni di fronte al "grande teatro". Nelle macerie di un teatro tradizionale e classico ormai esploso, allora, tornare alle due figure-mito, a quelle icone di Beckett, vuol dire tentare di prendere in mano il proprio destino di uomini e donne di teatro. Non è un caso che l'albero fiorito del secondo atto sia solo una quinta sgretolata e cadente dal cielo buio del teatro: è con quel mondo - ossia la scena italiana istituzionale - che questi attori e questi registi devono fare i conti. E non c'è scampo per nessuno. Così Pozzo e Lucky, generalmente due pezzi piuttosto noiosi, si svelano drammaticamente in tutta la loro evidenza. Elia Schilton - un interprete straordinario, sorprendente, in costante crescita di ruolo in ruolo - fa del suo "Po'zo" un vanesio "attore all'antica" in cerca di conferme, mentre il Lucky di Fabio Bussotti è magnetico e struggente, vittima desolata, commovente come un comprimario che cerca disperatamente di guadagnare quel quarto d'ora di celebrità. E una nota a margine merita il vivacissimo Leone Curti, figlio di Angelo Curti (tra i padri nobili del nuovo teatro napoletano e non solo): un debutto da ricordare, piccolo, candido e giustamente strafottente come messo di Godot.

Ed ecco, velocemente, la seconda considerazione: se è il contesto a determinare il testo, come insegna la Sontag, questo Aspettando Godot vale come ennesimo spunto per leggere il nostro teatro, assediato da politici rapaci e narcisi, da burocrati che non intendono mollare un centimetro, da fossili che fanno progetti per il futuro, da pensionati sempre sulla cresta dell'onda, i quarantenni si muovono disperati, litigiosi, troppo spesso perdenti o in eterne attesa di qualcosa o qualcuno. Fino a diventare vecchi...

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di andrea porcheddu

(17:40 - 12 mag 2010)



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