Home > Recensioni> Come spiegare la storia del Comunismo ai malati di mente
16:53 - luned́ 21 maggio 2012
Era il 1905 quando il compagno Lenin dichiarò, con veemenza, che tutta la letteratura doveva diventare di partito: "Abbasso i non partigiani!" esclamò. E in molti l'hanno preso sul serio, come quel simpaticone di Andrei Zdanov, che si applicò non poco per dare seguito alla direttiva "rivoluzionaria". Insomma, l'arte, per esistere, doveva essere schierata, funzionale, "servire" a educare o ri-educare. Altrimenti si trattava solo di "estetismo", deriva decadente e antirivoluzionaria da contrastare e abbattere: a quel fine si creano scuole, manuali, opere. L'armonia con il grande meccanismo rivoluzionario era squisita. E chi la pensava diversamente rischiava. Qualcuno se n'è accorto subito che l'ortodossia non avrebbe portato lontano: c'è chi ha pagato, a partire dall'entusiasta Mejerchol'd o dal "suicidato" Majakovskij.
Autocritiche e militanza, arte proletaria e popolare, strutture e sovrastrutture, ideologia e verità: parole d'ordine che hanno segnato anche il Novecento teatrale, fino allo svelamento (per troppi tardivo) del volto mostruoso della dittatura del proletariato, la folle deriva in cui si era accartocciata l'utopia comunista. Veniva da pensare a tutto questo assistendo a Come spiegare la storia del Comunismo ai malati di mente, sorta di feroce parodia del Marat/Sade di Peter Weiss in salsa sovietica, scritta con grande forza dal rumeno Matei Visniec. Esiliato in Francia per sfuggire al regime di Ceausescu, classe 1956, Visniec è autore prolifico e intenso, troppo poco frequentato in Italia: da sempre attento ai temi scottanti come la libertà di pensiero, la censura, le dinamiche sociali, politiche e di potere, Visniec ha scritto la "Storia del comunismo" nel 2000 e il testo arriva sulle scene italiane, nella bella traduzione di Sergio Claudio Perroni, grazie allo Stabile di Catania e al regista Gianpiero Borgia.
Ad apertura di sipario ci si aspettava davvero di sentire il coro "Charenton, Charenton!", urlato dai malati di mente guidati dal marchese de Sade nella celebre casa di salute mentale. E se là, in quel manicomio raccontato da Weiss, si curava la follia con la "novità" dell'idroterapia, nel cupo ospedale per folli sovietico si rieducano i matti con la letteratura. Ecco la storia: nel 1953 un poeta, Juri Petrovski, è inviato dal partito nell'ospedale per raccontare la gloriosa epopea comunista e le gesta del grande Stalin. In Visniec, però, non si avverte l'afflato documentaristico caro a Weiss, anzi: tutto è spinto - anche grazie alle scelte registiche - su territori grotteschi, comici, di satira tagliente e aguzza. Chi è il folle? Il povero poeta, che deve descrivere la "normalità" delle epurazioni che lui stesso condanna; i medici esaltati; la capo infermiera ninfomane e invasata per Stalin? Oppure quei matti in camicia di forza, un circo barnum di disadattati, di emarginati, che si svelano lucidi e consapevoli delle porcherie del regime?
Lo spettacolo parte a ritmi indiavolati: Borgia ha scelto di fare del lavoro una sorta di decadente cabaret tragico, facendo esplodere canzoni alla Kurt Weill o macchiette comiche degne di Karl Valentin. E se pure il lavoro, visto al debutto romano al Teatro Valle, risente di alcuni cali di tensione (soprattutto in quella che doveva essere, pensiamo, l'apoteosi onirica e carnevalesca del secondo atto o nel finale, troppo "mesto"), colpisce quella feroce, inquietante, corrosiva ironia diffusa ovunque: così quando il poeta finirà in camicia di forza, capirà di essere effettivamente "libero"...
Nel nutrito e compatto cast, da segnalare la presenza di ottimi interpreti, a partire dal protagonista, uno stralunato ma calzante Angelo Tosto, cui si affiancano la travolgente Annalisa Canfora; l'energico direttore Christian Di Domenico; il fool quasi shakespeariano di Daniele Nuccetelli; il matto arringapopolo di Giovanni Guardiano. Nelle scene claustrofobiche di Giuseppe Andolfo e con le belle musiche di Papaceccio M.C. e Francesco Santalucia, Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente segna un nuovo capitolo nel nuovo corso dello Stabile di Catania.
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di andrea porcheddu
(14:40 - 03 mag 2010)
Voto utenti:
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