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05:34 - giovedì 24 maggio 2012


Das Rheingold

Decisamente La Scala non ha fortuna con il ciclo wagneriano del Ring des Nibelungen, neanche stavolta, se si deve giudicare da questo prologo, Das Rheingold, il cui allestimento è invadente, ingombrante, incomprensibile e ridicolo. Non era andato meglio quello messo su intorno alla metà degli anni Novanta, sotto la direzione di Muti, dal regista, Andrè Engel: di una bruttezza e miseria sconsolante (indimenticabili però, in Walküre, Placido Domingo e Waltraud Meier). E andando ancora più indietro - anni Settanta - come non ricordare l'incompiuto Ring di Ronconi-Pizzi, interrotto per divergenze con Sawallisch. Gran direttore Sawallisch indubbiamente, ma testardo e teutonicamente intrattabile, perché quel Ring di Ronconi e di Pizzi era davvero geniale; e fortunatamente costoro poterono farlo completo a Firenze, anni Ottanta, in armonia perfetta con il maestro Mehta.

Insomma, vedendo gli attuali orrori, rimpiango la mia lontana adolescenza, in cui gli allestimenti delle opere wagneriane avevano più o meno tutte l'indirizzo imposto dal nipote Wieland Wagner: una scelta di astrazione quasi oratoriale, minimalista e simbolica: così lo vidi a Firenze nel 1956, per la regia di un tale De Quell: un palcoscenico con due gradini, qualche scranno per lo stanco e chiacchierone Wotan, e sullo sfondo una tela cinemascopica su cui si proiettavano nubi soffici o tempestose, e violente fiamme quando necessarie: non c'erano lance né spade né draghi né oro, e le povere Valkirie tutte a cavalcare a piedi.

Non si capiscono bene qui le intenzioni del regista Guy Cassiers col suo gruppo al completo, la Toneelhuis: forse intendeva (e intenderà se sarà lui a completare per l'anniversario del 2013 l'attuale Ring) dare un suo Gesamtkunstwerk ancora più totale di quello wagneriano, vista la presenza, ingombrantissima fastidiosissima ridicolissima di ballerini, che danzano e mimano, e si intromettano dovunque, diventano perfino catene per il nano Alberich. Intanto sul fondo, su uno schermo da computer o televisivo, si proiettano immagini confuse che vanno da scenari tecnologici alla Blade Runner, a scomposizioni di quadri barocchi, a un finale di bassorilievo assiro, mentre i costumi, di Tim Van Steenbergen, soprattutto quelli femminili sono da Principessa Sissi. Quanto agli dei, Wotan e famiglia dovrebbero salire, attraverso un ponte luminoso verso la rocca, e cioè il Walhalla; così dice il libretto, d'autore, e il regista invece li fa scendere in bui sottosuoli, a significare il crepuscolo, secondo lui.

A salvare però l'opera è un cast di prim'ordine, soprattutto gli uomini, a cominciare da un efficacissimo Renè Pape nel ruolo di Wotan, da un duttilissimo Stephan Rugamer in quello di Loge e da uno straordinario Johannes Martin Kränzle come Alberich. Ma tutti tutti andrebbero citati. Barenboim dirige con olimpica pacatezza, forse nel ricordo del grande Knappertsbusch, a voler essere buoni; comunque è parsa davvero eccessiva questa sua pacatezza, anche nel confronto con il suo Rheingold discografico. Tuttavia una vibrante drammatica tensione accende l'orchestra nello splendido finale, e così gli applausi piovono convinti.

di piero gelli

(13:54 - 24 mag 2010)



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