Decisamente La Scala non ha fortuna con il ciclo wagneriano del Ring des Nibelungen, neanche stavolta, se si deve giudicare da questo prologo, Das Rheingold, il cui allestimento è invadente, ingombrante, incomprensibile e ridicolo. Non era andato meglio quello messo su intorno alla metà degli anni Novanta, sotto la direzione di Muti, dal regista, Andrè Engel: di una bruttezza e miseria sconsolante (indimenticabili però, in Walküre, Placido Domingo e Waltraud Meier). E andando ancora più indietro - anni Settanta - come non ricordare l'incompiuto Ring di Ronconi-Pizzi, interrotto per divergenze con Sawallisch. Gran direttore Sawallisch indubbiamente, ma testardo e teutonicamente intrattabile, perché quel Ring di Ronconi e di Pizzi era davvero geniale; e fortunatamente costoro poterono farlo completo a Firenze, anni Ottanta, in armonia perfetta con il maestro Mehta.
Insomma, vedendo gli attuali orrori, rimpiango la mia lontana adolescenza, in cui gli allestimenti delle opere wagneriane avevano più o meno tutte l'indirizzo imposto dal nipote Wieland Wagner: una scelta di astrazione quasi oratoriale, minimalista e simbolica: così lo vidi a Firenze nel 1956, per la regia di un tale De Quell: un palcoscenico con due gradini, qualche scranno per lo stanco e chiacchierone Wotan, e sullo sfondo una tela cinemascopica su cui si proiettavano nubi soffici o tempestose, e violente fiamme quando necessarie: non c'erano lance né spade né draghi né oro, e le povere Valkirie tutte a cavalcare a piedi.
Non si capiscono bene qui le intenzioni del regista Guy Cassiers col suo gruppo al completo, la Toneelhuis: forse intendeva (e intenderà se sarà lui a completare per l'anniversario del 2013 l'attuale Ring) dare un suo Gesamtkunstwerk ancora più totale di quello wagneriano, vista la presenza, ingombrantissima fastidiosissima ridicolissima di ballerini, che danzano e mimano, e si intromettano dovunque, diventano perfino catene per il nano Alberich. Intanto sul fondo, su uno schermo da computer o televisivo, si proiettano immagini confuse che vanno da scenari tecnologici alla Blade Runner, a scomposizioni di quadri barocchi, a un finale di bassorilievo assiro, mentre i costumi, di Tim Van Steenbergen, soprattutto quelli femminili sono da Principessa Sissi. Quanto agli dei, Wotan e famiglia dovrebbero salire, attraverso un ponte luminoso verso la rocca, e cioè il Walhalla; così dice il libretto, d'autore, e il regista invece li fa scendere in bui sottosuoli, a significare il crepuscolo, secondo lui.
A salvare però l'opera è un cast di prim'ordine, soprattutto gli uomini, a cominciare da un efficacissimo Renè Pape nel ruolo di Wotan, da un duttilissimo Stephan Rugamer in quello di Loge e da uno straordinario Johannes Martin Kränzle come Alberich. Ma tutti tutti andrebbero citati. Barenboim dirige con olimpica pacatezza, forse nel ricordo del grande Knappertsbusch, a voler essere buoni; comunque è parsa davvero eccessiva questa sua pacatezza, anche nel confronto con il suo Rheingold discografico. Tuttavia una vibrante drammatica tensione accende l'orchestra nello splendido finale, e così gli applausi piovono convinti.
di piero gelli
(13:54 - 24 mag 2010)
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