Chi si aspettava un remake sarà rimasto spiazzato. Chi non se lo aspettava anzi proprio non se lo augurava (come chi scrive) era curiosissimo di vedere come Paolo Rossi se la sarebbe cavata di fronte a un vero e proprio classico come Mistero buffo, legato come pochi non solo al Dario Fo drammaturgo ma anche al Fo attore, creatore in scena di una serie di personaggi memorabili, che Paolo ha sempre riconosciuto come il suo fondamentale maestro.
Così è nato il Mistero buffo di Dario Fo sottotitolo Nella sua umile versione pop. Dove pop sta per popolare, dice Rossi. Forse che Dario non lo era? Certamente sì in quel lontano 1969 e poi per tutti gli anni in cui lo ha interpretato. Come è altrettanto certo che l'essere "pop" di Paolo Rossi è una cosa ben diversa dall'essere "pop" di Dario. Un premio Nobel che ha fatto della sua arte il trionfo della satira, della forza incredibile della parola, del corpo disarticolato, della gestualità carnale, della follia comica che si fa addirittura astratta è diverso da quel Kowalski dei Navigli che è Paolo, folletto beffardo e irridente che si muove con un tempismo formidabile, il comico che sfrutta con impudenza le situazioni, che sa che talvolta copiare per poi cambiare è "cosa buona e giusta".
Il "Mistero buffo" che è in scena con straordinario successo allo Strehler appartiene al terzo millennio e ci parla di noi, oggi o appena ieri proprio come quello di Dario era contemporaneo a un'Italia ormai affluente e colma di vizi ma -si pensava - con dei sani anticorpi nel tessuto sociale. Rossi questa illusione forse l'ha persa. Quello che è certo è che sempre di misteri parliamo, qualcuno molto buffo, molti drammatici. Rimasti, come dice la parola stessa, misteri.
Ecco che allora di quel mitico spettacolo sono rimasti dei personaggi, delle situazioni, ma come cambiati di segno, riscritti e rivisti secondo lo sberleffo onnivoro e dilagante del grammelot franco-ferrarese- triestino di Rossi, qui come non mai asciutto e incisivo e in palese stato di grazia. Secondo il Rossi pensiero, accortamente imbrigliato dalla regia di Carolina de la Calle Casanova, ecco farsi strada un Cristo emigrante, un extracomunitario, uno che arriva o fa naufragio su scalcinati gommoni sulle spiagge calabre o pugliesi, per poi vivere nei campi profughi e prende la parte dei più deboli, degli sfigati, dei poveri che sono sempre più poveri, che fa resuscitare un Lazzaro che non ha tanta voglia di tornare, che affronta di sguincio il grande tabù dell'eutanasia, il contadino che si scontra per la sua dignità con i potenti religiosi e laici, che partendo da Bonifacio VIII coglie il pretesto per prendere posizione sui mali che affliggono la chiesa di oggi, a partire dalla pedofilia, ma sempre con il sorriso.
Accompagnato da Emanuele dell'Aquila che esegue le musiche dal vivo e da Lucia Vasini, su di una pedana di legno che cita la commedia dell'arte, illuminata dalle luci della ribalta, Paolo Rossi riporta in vita situazioni che non appartengono più a un Medioevo sia pure rivisitato, ma al Medioevo del terzo millennio, che conosce ancora la schiavitù nei campi di pomodori di Rosarno e non solo, nelle estreme periferie dove vivono i dannati della terra. Ma ci racconta anche di Giuseppe, che ha difficoltà a vivere il suo ruolo di padre putativo di Gesù, di una "famiglia allargata" dove il padre vero è "uno che crea" e si chiede: con il solo amore, senza la rabbia e il resto che cosa si fa ? "Al massimo un partito". Insomma è difficile essere padre, sia pure putativo, quando il bambino cammina sulle acque e tu puoi solo affannarti a nuotare...
In scena accanto a Rossi c'è anche un manichino chiamato Goran: sarà lui, uno di quelli condotti dagli scafisti di oggi verso una terra che credevano ospitale a essere crocefisso, mentre sotto la sua croce, dopo una prova a tavolino ricca di spiazzanti, imperdibili colpi di scena, la bravissima Lucia Vasini , Maria, dice il suo lamento. Questo è il Mistero buffo secondo Rossi: la risata e lo sberleffo, il teatro politico e l'invettiva grottesca. Senza rinunciare a irridere il presente: "la legge sul legittimo affaticamento", l'ex ministro Scajola e l'aeroporto dalle parti di Albenga, la difficoltà di far ridere se "il re è il buffone", dunque un concorrente. Un mondo di nani, ma "non tutti i nani vengono per nuocere" sostiene il nostro protagonista. Meno male che Paolo c'è.
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di maria grazia gregori
(12:40 - 14 mag 2010)
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