Il quarantenne Shen Wei, coreografo cinese oggi attivo a New York, è uno dei nomi di punta dell'ultima onda coreografica che vede nell'interrazzialità e nella contaminazione culturale un prezioso nutrimento per nuove visioni di danza. Formatosi nell'alveo della sua cultura d'origine, con gli studi all'Opera di Pechino, dopo un'intensa attività nel suo Paese culminata nella fondazione della prima compagnia di danza contemporanea cinese, la Guangdong, è arrivato negli Stati Uniti dove si è perfezionato da Nikolais e dai maestri del postmodern prima di fondare, nel 2000, la sua formazione, Shen Wei Dance Arts.
Con questa eccellente formazione è tornato ora in Italia, con tappe a ParmaDanza e a Fabbrica Europa a Firenze (ma in questo caso in trasferta al Teatro Era di Pontedera), dopo che la sua fama ha raggiunto vette universali grazie all'impegno profuso nella realizzazione della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino, dove il suo estro pittorico, oltre che coreografico, ha realizzato scene poetiche e fastose.
Abbiamo così visto il trittico RE, composto da tre tasselli ispirati ad altrettanti luoghi-topici orientali, visitati da Shen Wei - il Tibet (RE, part I, 2006), la Cambogia dei templi e della giungla di Angor Wat (2007) e la Cina divisa tra memorie di regime e proiezioni capitalistiche (2009). I riferimenti visivi - ora citazioni dei fregi dei templi cambogiani, ora della natura, che regala forme contorte e atmosfere evanescenti, ora memorie personali di vita vissuta nella Cina irregimentata - nutrono e supportano chiaramente l'ispirazione del coreografo, che usa i corpi longilinei e plasmabili dei suoi ballerini come fossero altorilievi o tortuosi arbusti della giungla, pronti ad animarsi in una danza fantasiosa nello schema eppure nitidissima nell'andamento.
È proprio la calibratura tra immaginazione e visualizzazione, e l'uso sapiente dello spazio scenico, schemi di composizione (come la variation attraverso cui uno schema come quello della "falange" in marcia, nel quadro dedicato alla Cina, diventa ring da cui di volta in volta qualcuno tenta di fuggire e manifesta tensione e disagio) che rende davvero ammaliante lo stile di Shen Wei.
Il suo infatti è un linguaggio coreografico che prende dal maestro Cunningham le teorie e i "legati" di base, ma sposa il tutto a una fascinazione per il corpo che sfiora la contemplazione. La ricerca dell'armonia, nell'elaborazione delle dinamiche - tortuose, scattanti, o morbide e sinuose che siano - e l'uso devoto del corpo, quasi plastilina da modellare, rimandano così ad un'idea di "nobile semplicità e quieta grandezza" che placano le tensioni e sospendono il tempo dello spettatore: quasi che ci trovassimo in uno stato della mente e dell'immaginazione, nel quale può essere consolatorio, di questi tempi, rifugiarsi.
di silvia poletti
(18:36 - 19 mag 2010)
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