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05:20 - venerd́ 10 settembre 2010


Esto es así y a mi no me jodáis

Il teatro di Rodrigo García è fatto per non lasciarti mai inerte. Non importa quello che ti dice, non importa quello che ti mostra, ma fino a che punto ti scuote e ti impone di reagire. Scarni, graffianti, provocatoriamente poveri di appigli esteriori, i suoi spettacoli sembrano basati sulla rabbia, sulla protesta, sull'invettiva, però di fatto si esprimono soprattutto nei vuoti dei silenzi, nelle pause del non detto: benché siano costruiti sugli elementi più concreti che si possano immaginare, cibi, corpi, gesti, oggetti, essi in qualche modo paiono sempre avvenire altrove, in un altro punto della scena o di te stesso, dove tu ti ritrovi costretto a inseguirli.

Esto es asì y a mi no me jodáis (È così e non me ne importa), la nuova, aguzza creazione che ha presentato al festival Contemporanea di Prato, come altre sue proposte recenti ha un andamento meno urlato, più pensoso: se l'ambientazione resta sempre furiosamente disadorna - un grande spazio vuoto delimitato solo da un'infinita serie di piatti, intesi come strumenti a percussione, da una piccola pedana luminosa e da un'incongrua poltrona di Le Corbusier - a dilagare sul pavimento, invece dei soliti avanzi alimentari, sono libri. E le immancabili tirate contro i simboli della cultura di massa, McDonald's, Ikea, sono qui sostituiti da un'acre vena introspettiva.

Scritto per un attore cieco, una ragazza silenziosa e un musicista che emerge da sotto un tappeto di erba sintetica, il testo intreccia due temi principali: da un lato l'impotenza del linguaggio, la sua incapacità di trasmettere dei significati, dunque la dissociazione tra i significati e l'alfabeto nel quale si traducono, tra l'alfabeto e le parole, tra le parole e i sentimenti, ma anche tra le parole e l'azione, e tra i singoli sensi (non a caso lui non vede, lei non parla). Dall'altro lato, la riflessione sugli affreschi di Masaccio che raffigurano la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, paradossalmente colta come una sorta di liberazione.

C'è un legame tra la difficoltà di comunicare e la condanna dell'uomo a lasciare un luogo che già conteneva tutte le risposte? Evidentemente sì. La vita è una perdita, una solitudine da colmare. Ma García lancia stavolta un piccolo segnale di speranza: per lui "l'Eden è ciò che si trova oltre l'Eden", dove Adamo ed Eva, deboli, inermi, dovranno sostenersi tra loro, e così diventare persone. E infatti, tra granchi che corrono sulla pedana luminosa e inquietanti video di bambini che escono da scuola coi dipinti di Masaccio al posto della faccia, la bellissima immagine finale è quasi catartica: il corpo nudo della ragazza, steso al suolo, è sfiorato dall'acqua versata da un secchio, e proiettato sullo schermo sembra una morbida isola di carne, lambita dalle onde.

Visto al Fabbricone di Prato

di renato palazzi

(18:20 - 07 giu 2010)



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