È forse uno dei momenti più alti del Napoli Teatro Festival 2010, l'articolato e complesso progetto presentato da Antonio Latella, fresco direttore del Nuovo Teatro Nuovo, all'insegna del Fondamentalismo. Un progetto da leggersi nella sua interezza e lunghezza implacabile: 9 ore di spettacolo per sei monologhi affidati ad altrettanti attori e attrici, che costituiranno il nucleo portante della stagione del coraggioso Stabile dei Quartieri spagnoli. Un progetto di "casa teatrale" (di cui si riferirà più avanti) incentrato proprio sulla figura dell'interprete chiamato a presentarsi in questa sorta di "anteprima" al Festival.
Il titolo dell'intero spettacolo è Auguri e figli maschi, e si pone come una tagliente indagine in sei capitoli sui temi e sulle declinazioni di ogni fondamentalismo, in particolare con una straziante e sistematica riflessione sulla violenza perpetrata ai danni delle donne. Sei attori, dunque, in uno stesso spazio (la sala piccola resa plasticosa e avvolgente come una bigbuble), di volta in volta abitato per dare voce e corpo a testi originali, commissionati ad autori giovani. Lo spettacolo va letto come un romanzo, costituito da capitoli legati tra loro per piccoli rimandi e suggestioni successive: non sono racconti isolati, anche se ogni episodio ha una vita e una dinamica propria.
L'impressione generale che si ha è quella di un grande lavoro: Latella sembra aver trovato corde più essenziali, taglienti, sgombre di retorica o accumuli di emozioni. Procede semplicemente per nitide e stringate situazioni, salvo poi farle esplodere di tanto in tanto con affondi nel kitch barbaro del contemporaneo. La sensazione, allora, è quella di una virata in solitudini aspre, in confessioni che lasciano l'amarezza in bocca: disperate vitalità còlte in momenti di svolta, di asfissie sentimentali e di rivendicazioni umane o politiche. In effetti quest'opera è strutturalmente divisa in due anime: la prima, che si dipana per tre monologhi, è più "politica", quasi militante. La seconda, invece, entra nell'intimità, investiga gli anfratti segreti di storie anche impossibili.
Ecco dunque, in un mare di Barbie, la bravissima Valentina Vacca, chiamata ad interpretare Altare per voce sola: Maria, di Ken Ponzio, storia di una giovane turca, Mariam, in fuga da un villaggio (e da un Paese) dove il femminile è crudelmente spinto all'atroce pratica del suicidio, in nome dell'Onore maschile. Un gioco sul filo del rasoio, con toni e ritmi diversi, capace di mescolare Madonna, Grease, Eros Ramazzotti con l'hijab. Ancora più a fuoco è il secondo capitolo, Fondamentalismo dell'illuminismo, di Alexandra Millner, con Caterina Carpio. Momento forse meno riuscito (troppo farraginoso e schematico), ripercorre comunque con verve la vita della politica e scrittrice somalo-olandese Hirsi Ali, dalla barbara pratica dell'infibulazione fino alla cruenta vicenda legata al regista Theo Van Gogh. Decisamente pirotecnico, il terzo monologo è affidato al bravo e istrionico Massimiliano Loizzi che dà voce a Kamikaze Number Five, di Giuseppe Massa. Testo intensissimo e struggente per slittamenti emotivi e sbalzi narrativi, intelligentemente spinto in territori che non escludono il comico.
E mentre il giorno volge già al tramonto, ecco arrivare in scena la struggente Maria, di Francesca Manieri, affidata all'incredibile performance interpretativa di Candida Nieri. Lei, sola in scena, tiene una statua della Madonna, di quelle che ogni tanto lacrimano. Sta là, e racconta di un parto, di un rapporto madre-figlio ingombrante e doloroso. Bravissima, la Nieri colora di rara umanità e di feroce animalità questa donna-santa piegata in due dallo strazio. Ancora un passo, ancora un capitolo, per entrare nel mondo feroce di Edgar Allan Poe, reinventato con coerenza stilistica da Letizia Russo, in un monologo surreale e aguzzo affidato all'estro irriverente del bravo Daniele Fior, Il gatto nero. E se pure questo "capitolo" suona un po' stonato nella dinamica "editoriale" complessiva, subito si piomba nel gran finale, affidato al travolgente Giovanni Franzoni, dandy disperato per dare corpo e anima a Francis Bacon alle prese, nel 1971, con l'apoteosi di una mostra parigina e il suicidio del suo compagno. Si arriva così a notte, storditi di tante parole, emozionati, turbati da tanto dolore, commossi per quei guizzi poetici di amori mai nati o troppo presto finiti. Auguri e figli maschi è una maratona, dunque, che scuote l'anima, un viaggio nel sociale e nel privato, nelle parole estreme e quotidiane, di dolori che sono ferite, di chi è vittima di fondamentalismi politici, religiosi, culturali, passionali...
di andrea porcheddu
(18:55 - 28 giu 2010)
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