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05:36 - giovedì 24 maggio 2012


Immanuel Kant

Su di lui hanno sudato milioni di studenti. La sua ragion pura, la sua etica e la sua politica sono state la stella polare della filosofia moderna. Immanuel Kant, un abitudinario: sulle sue uscite di casa si regolavano gli orologi. Una vita quasi noiosa, un orizzonte piccolo per una mente smisurata. Se è permesso un ricordo personale, un celebre professore di Storia della filosofia, per rendere evidente la scelta di vivere appartato che contraddistingueva il filosofo lo presentava scherzosamente così: "nacque a Königsberg, visse a Königsberg, morì a Königsberg".L'Immanuel Kant di Thomas Bernhard è tutto il contrario: è un signore famoso, un reperto del suo secolo, il Settecento, che sale al di là di qualsiasi verosimiglianza su di una grande nave poco dopo il famoso naufragio del Titanic, per una lunga traversata verso gli Stati Uniti dove potranno curargli un glaucoma che gli minaccia la vista.

È il classico contrappasso bernhardiano: la cecità come ultima spiaggia per uno dei filosofi più "illuminati" della storia che vive la sua esperienza al di là dei secoli e del tempo. Eccolo qui fra sguaiati compagni di viaggio: una moglie borghesuccia e stupida, una milionaria parvenue che storpia concetti e parole, un ammiraglio sciroccato che soffre il mal di mare, collezionisti sordi e camerieri, cuochi canterini, un servitore sciancato per il troppo servire e il suo vero alter ego, il suo unico amore: un pappagallo di nome Federico, produttore di saggezza, una presenza oracolare nel testo, una presenza/assenza nell'affascinante spettacolo messo in scena da Alessandro Gassman.

Innamorato di Bernhard di cui anni fa ha interpretato e diretto La forza dell'abitudine, il regista si pone di fronte a questo testo mai rappresentato in Italia con libertà assoluta, prendendolo sorprendentemente contromano, ma proprio per questo, rimanendo fedele allo spirito profondo della pièce se non al testo parola per parola. Il risultato è un grottesco nero dove si ride e si sorride come se per Gassman nella comicità, nella risata , nei qui pro quo si rivelasse con forza inequivocabile la profonda tristezza, anzi la tragicità quotidiana di un'esistenza che ormai si esprime, quasi estranea a se stessa, in rapidi e inquietanti giochi di parole, in cui l'autore si diverte formulando all'incontrario alcuni celebri affermazioni kantiane.

Incombe la grande nave sulla scena, mentre il mare al proscenio o sullo sfondo - dove passa anche un gigantesco iceberg - movimenta la situazione che si snoda per colpi di scena esilaranti, resi ancora più divertenti dalla scelta di porre accanto a Manrico Gammarota che di Kant (e di Bernhard) sa cogliere l'inquietante, spiazzante ironia, una moglie ridicola (Paolo Fosso) e una milionaria (un divertente Mauro Marino) en travesti, che guidano una compagnia perfetta dove spiccano l'ammiraglio di Giacomo Rosselli e l'Ernst Ludwig di Emanuele Maria Basso.

Ma quando crediamo di aver afferrato la chiave di questo spettacolo Gassman cambia di nuovo le carte in tavola: la gabbia del pappagallo è vuota, tutto è finzione. Ecco allora ritornare da padrona la crudeltà, l'ironia feroce, il disadattamento di Bernhard, che il regista pone a chiusura dello spettacolo, con Kant solo al proscenio a dire le dure parole pronunciate dall'autore contro il suo Paese, una cultura all'accatto, la volgarità imperante: un'Austria, ma non solo quella, non felix.

di maria grazia gregori

(19:33 - 22 giu 2010)



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