Il sillogismo funziona furiosamente: quei due signori, quell'avventore e l'altro, che si ritrovano di notte al bar di una stazione, non sono altro che due personaggi beckettiani, ad esempio Ham e Clov oppure Didi e Gogo. E dunque sono quasi due clown: eccoli allora con le loro scarpe esagerate, la biacca in volto, i vestiti troppo stretti o troppo grandi. Ma sono due clown amari, tristi, consapevoli della farsa che sono costretti a recitare. Ergo - e qui si chiude il sillogismo - sono due clown felliniani, che marciano sulle note di una tromba il cui suono fende l'aria, lancinante come la morte.
Ecco, riassunta certo sbrigativamente, una possibile chiave di lettura de L'uomo dal fiore in bocca, visto a Firenze nel suggestivo cortile del museo Bargello, nella interpretazione di Sandro Lombardi e Roberto Latini, che si assume anche l'onere della regia. Dunque da Pirandello a Fellini, passando per Samuel Beckett. E il regista, ingabbiato - letteralmente: lo spazio scenico è una enorme gabbia che sovrasta la vera da pozzo del cortile - il testo iperclassico di Pirandello, lo spinge verso una vertigine impregnata di grottesco aspramente stridente. Nelle belle musiche di Gianluca Misiti, il più tradizionale dei pezzi di bravura scritti da Pirandello diventa una ballata da circo stanco, un gioco metateatrale che però si libra (e si libera) al di sopra della stantìa versione nevrotica-necrofila pirandelliana, scartando il naturalismo imperante per approdare in lidi di tagliente ferocia.
E sono impeccabilmente affiatati i due attori: il superbo Lombardi, ormai al vertice tra gli attori italiani di ogni tempo, gioca sornione con una maschera che lo accompagna da tempo, con quell'aria melanconica e scanzonata, con quella leggerezza svagata che di colpo si fa amara consapevolezza, che gli consente di saltare da un registro all'altro con la grazia e la disinvoltura di un vero maestro. Stargli accanto, in quello che è sostanzialmente un monologo come L'uomo dal fiore in bocca, avrebbe fatto tremare i polsi a qualunque giovane interprete. Ma Latini riesce a essere presente senza risultare invadente, e a dare al suo "avventore" le movenze spinte e meccaniche di una bambola assassina, i toni fortemente spinti verso l'alto, una vocina nasale che solo a tratti deflagra in cupe oscurità.
La coppia comica, allora, accerchia Pirandello, lo ringiovanisce, lo colora di straniata (e straniante) presenza. Non è una banale attualizzazione, anzi: semmai un raffinato gioco sul teatro, attraverso il teatro, come se quel testo ormai impolverato contenesse, in nuce, codici, lingue, possibilità ulteriori. Poi, al di là dell'esito scenico, L'uomo dal fiore in bocca si fa occasione anche per una ulteriore riflessione. Era bello vedere in scena, affiancate, due generazioni di instancabili ricercatori.
Diversissimi per afflato e percorso, Lombardi e Latini fanno pensare al senso della ricerca oggi. Il primo, maturato nel lungo sodalizio artistico con Federico Tiezzi, proviene da una ricerca estrema, fisica e concettuale, che ha riscoperto nel corso degli anni una attenzione alla parola, alla poesia, di raffinatissima fattura, tanto che Sandro Lombardi è diventato un Attore (con la maiuscola, ossia a tutto tondo), eppure è sempre pronto a mettersi in gioco. E Latini, che si è sostanzialmente autoformato pur attingendo alla scuola di Perla Peragallo e guardando alle mirabilia di Carmelo Bene e Leo de Berardinis, sembra quasi portare, in questo ricco incontro, uno spiritaccio tutto presentista, che non esclude ironie e tecnologie d'oggi.
Insomma: se il "classico" è ormai un concetto tutto da inventare, il canone teatrale italiano è dettato dalle avanguardie e dai suoi "figli"...
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di andrea porcheddu
(19:13 - 02 giu 2010)
Voto utenti:
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