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17:52 - marted́ 22 maggio 2012


Le stanze di Amleto

Arrivare a Rovigo, al Teatro Studio, significa ripercorrere in un istante tanta storia recente del teatro italiano. Qui, infatti, è attivo il Teatro del Lemming, diretto dal regista Massimo Munaro e qui ha sede il festival Opera Prima, che ha ospitato, nel corso degli anni, tutti i futuri protagonisti della nuova scena nazionale. Era il 1995 quando una intera pagina di Repubblica sanciva il "fenomeno" Lemming: la compagnia si impose con un Edipo eccezionale, dedicato ad un solo spettatore alla volta per quella che venne definita "drammaturgia dei sensi" di straordinario impatto emotivo.

Da allora il gruppo non ha smesso di investigare i miti, elaborando scritture originali che tenevano sempre in debito conto la presenza (più o meno attiva e libera) dello spettatore, in una serrata indagine sulle possibilità e i codici del teatro. Era naturale, allora, che Munaro approdasse ad Amleto, ovvero il testo teatrale per eccellenza. Il lavoro è ancora in fase di elaborazione, in un cammino per tappe o studi che vuole affondare nelle viscere dell'opera shakespeariana. Abbiamo visto, dunque, il primo studio, ossa Le stanze di Amleto: ma la compattezza e la forza di questo primissimo approccio fanno certo ben sperare.

Il lavoro è intrigante, oscuro, avvolgente: è un assedio alla platea degli spettatori, che si ritrovano accerchiati, chiamati in causa, derisi in un provocatorio gioco che non risparmia nessuno. Niente di supponente o esasperante, per carità: ma in questo spettacolo, che pure non ha limitazioni di numero di spettatori, il gruppo di Rovigo non rinuncia alla dialettica serrata e aspra tra chi fa teatro e chi lo guarda. E si ha l'impressione di essere "senza scampo"...

Amleto, ossia la tragedia, è data quasi per scontata: Munaro smonta, seziona, sfila, taglia, mescola le carte, svela possibilità. Coglie nuclei essenziali (le stanze, appunto) attorno ai quali costruisce situazioni sceniche vibranti, a tratti commoventi. Il lavoro si apre con una febbrile e isterica danza, e via via sfiora codici interpretativi diversi, non escluso una sorta di musical-cabaret espressionista. E se pure alcuni quadri sono (ancora) fragili - come la sequenza troppo disinvolta dell'incontro tra Ofelia e Laerte in partenza per la Francia - altri grondano di commovente poesia o di destabilizzante violenza, come la morte della giovane Ofelia, evocata con una semplice eppure efficacissima soluzione.

La scena è prevalentemente oscura, buia, fiocamente illuminata da un paio di candele o da alcuni tagli luce. Pochi gli oggetti: una poltrona, un tavolo, una tinozza d'acqua e qualcos'altro. Non serve nulla per questa tragedia: nemmeno Amleto, ossia il "protagonista" che viene distribuito oppure declinato tra tutti gli attori. Amleto qui è un pretesto poetico, una domanda teatrale: "Chi è Amleto per noi attori e chi è Amleto per voi spettatori?". Nel testo di Munaro, la domanda toglie di mezzo la più filologica Ecuba, evocata dal principe nel dialogo con gli attori, e lascia spazio proprio al protagonista shakespeariano per antonomasia: chiedersi chi è Amleto oggi significa chiedersi cosa può essere o fare il teatro. Così certe battute originali fanno pensare al mesto teatrino della politica di oggi, all'arroganza dei potenti, allo svilimento ormai conclamato di ogni virtù. Allora un Amleto di più, quello del Lemming: un Amleto che esploderà definitivamente nell'autunno 2010. Fino ad allora il gruppo di Rovigo continuerà a ricercarvi motivi, segni, parole, gesti, visioni, sensazioni...

di andrea porcheddu

(19:59 - 02 giu 2010)



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