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05:39 - giovedì 24 maggio 2012


Odiséa di Tonino Guerra

È un angolo incantato del bellissimo parco dell'ex-ospedale psichiatrico Paolo Pini, da anni sede della rassegna milanese Da vicino nessuno è normale - una specie di orto appartato cui si accede attraverso uno stretto corridoio fra gli arbusti, con tre alberelli a far da sfondo, e la luna sospesa sopra i rami delle piante - che ha accolto giustamente l'Odiséa contadina di Tonino Guerra. A recitarla, in una dimensione di essenzialità assoluta, una luce sul volto, un leggio e le folate delle musiche di Bach eseguite con la fisarmonica - è l'attore Roberto Magnani, una delle presenze trainanti del Teatro delle Albe di Ravenna.

Il suo lavoro sulla parola, apparentemente semplice, è in realtà contrassegnato da imprevedibili stratificazioni linguistiche. I dialetti romagnoli, che all'orecchio estraneo parrebbero avere risonanze simili, formano invece un panorama dalle mille sottili sfaccettature. Guerra, di fatto, ha riscritto il poema nella sua parlata natale, l'impervio santarcangiolese: ne è stata quindi richiesta un'ulteriore versione a un letterato e studioso di tradizioni locali, Giuseppe Bellosi, che a sua volta l'ha tradotto in fusignanese. Magnani, però, è di Castiglione di Ravenna, e dunque si è reso necessario un successivo adattamento.

Mi soffermo su questi dettagli perché sono fondamentali nel dare spessore espressivo all'operazione: pur restando sostanzialmente fedele alla vicenda omerica, Guerra attraverso l'uso del vernacolo la fa propria, ne sposta il clima, il tono, l'ambientazione. Basta il paragone delle zampe del cavallo di Troia con i «colonn de San Peder», basta l'accenno al cane Argo che rivedendo Ulisse «al se recorda de quand i ‘ndeva a cazza insema» a dare al tutto il senso di una vicinanza, di una concretezza quotidiana, e insieme di un altro tipo di distanza antropologica. I mari descritti da Omero diventano campi romagnoli, Itaca una corte agricola di una volta.

Magnani, che comincia sussurrando, e sembra sempre privilegiare una vena inaspettatamente introspettiva, è bravo a scandire quelle sue immagini verbali ruvidamente evocative, moltiplicando le voci dei personaggi, dando a ciascuno i suoi tratti specifici. Ma, al di là della sensibilità interpretativa, ci mette soprattutto un'evidente carica di affetti, quasi un'ombra di nostalgia: questo piccolo grande testo parla di Polifemo, «un bambozòn», parla di Circe, ma non a caso uno dei momenti chiave dello spettacolo è la discesa di Ulisse nel regno dei morti, dove l'incontro con la madre assume l'intensità e la tenerezza di un implicito ritorno alle radici.

di renato palazzi

(21:23 - 26 giu 2010)



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