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21:41 - mercoledì 08 febbraio 2012


Sangue

Incontri, discussioni, analisi, presentazioni: quella parte di Napoli Teatro Festival Italia che si riconosce e si raggruppa attorno a una manifestazione parallela come il Fringe, che è un vero e proprio festival nel festival, è riuscita a tessere una rete molto fitta di rapporti e di scambi che hanno messo in luce un'identità estremamente variegata del fare teatro al di fuori dei grandi circuiti, dei mezzi di produzione consolidati, rivelando un solido, notevole profilo identitario ed estetico che nel corso della manifestazione partenopea, è stato più volte documentato nel nostro sito.

All'interno del programma del Fringe mi ha colpito in modo particolare Sangue, uno spettacolo del Teatro Cargo di Genova che mette in scena (la supervisione storica è di Franco Cardini) due figure allo stesso tempo storiche e mitiche: Giovanna la pulzella, la ragazza/ragazzo che sentiva le voci e Gilles De Rais, potente nobile francese condannato al rogo per le atroci sevizie, le violenze e le morti orrende cui sottoponeva centinaia di bambini. Un valoroso soldato poi diventato mostro, universalmente conosciuto con il nome di Barbablù.

Quando lo spettacolo inizia è già finita la gloriosa vicenda umana che ha portato Giovanna a diventare il simbolo della riscossa della Francia dallo strapotere inglese. La donna guerriera, la strega-santa vestita da uomo, infatti, è morta bruciata sul rogo dell'Inquisizione e a ricordarla non è rimasto che il suo luogotenente di un tempo, il nobile Gilles De Rais che sta a sua volta per essere arso vivo. La notte, che potrebbe essere l'ultima di una vita sciagurata e mostruosa, difficile da sopportare perfino per lui, si svolge secondo un rituale preciso. Accanto a Barbablù c'è una giovane ragazza, una serva alla quale Gilles fa interpretare il ruolo di Giovanna.

Il "gioco" è evidentemente teatrale, quasi una resa dei conti psicologica: l'idea delle autrici è che la violazione e l'uccisione di bambini innocenti nasca dal bisogno distorto di De Rais di "rivivere" in qualche modo, i suoi atti d'eroismo, la fortissima tensione provata in battaglia, lo stordimento sensuale per l'atroce, dolciastro odore del sangue, il bisogno di riprodurre una realtà di sopraffazione e di morte ma anche di ricordare la passione e il supplizio della giovane, che è pronto a ripetere.

Così fra violenze psicologiche e minacce, l'uomo costringe la ragazza, che vive con lui in cella per accudirlo, ad assumere un'identità non sua, a essere in qualche modo interprete di un personaggio per Gilles de Rais indimenticabile. Quella di Sangue è una partita a due, la ricerca della possibilità, attraverso interposta persona, anche se per gioco, di mettersi in comunicazione con Dio, che non risponde. Così nello spazio concentrazionario della cella dal pavimento di terra battuta, le parole si intrecciano, i corpi si incontrano e si rifiutano, la violenza si intuisce solamente, ma esiste, forte, invincibile. E i due attori - Roberto Serpi e Simona Fasano -, guidati con mano sicura dalla regia di Laura Sicignano, ci restituiscono, con la forte intensità delle parole e dei gesti, il senso di quell'emotività borderline, che è la sostanza dello spettacolo.

di maria grazia gregori

(16:51 - 21 giu 2010)



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