Fra i testi di Shakespeare, Troilo e Cressida è senza dubbio uno dei più anomali: la comicità, il grottesco e la tragedia vi convivono senza scosse. È il dramma della caduta di ogni valore, dove l'eroismo è irriso, la politica è ridotta a puro calcolo e i giuramenti d'amore vengono meno alla prima occasione. Per certi versi è il rovescio di Romeo e Giulietta: se là l'insensatezza del conflitto era sintetizzata dal sacrificio dei due giovani amanti, qui la ferocia della guerra di Troia ha il suo simbolo nell'infedeltà di Cressida, che - mandata nel campo dei greci per uno scambio di ostaggi - tradisce il suo Troilo per concedersi ai generali nemici.
È dunque interessante, nonché più che giustificata, l'idea di Piero Maccarinelli di affrontare quest'opera per farne un emblema della decadenza del nostro tempo. Per lo spettacolo che ha debuttato al Festival di Spoleto - e non si sa se avrà un seguito nella prossima stagione, con la sua compagnia di quasi venti attori - il regista si è rivolto a degli osservatori particolari dei vizi e degli sbandamenti del costume odierno come Stefano Ricci e Gianni Forte, ovvero Ricci/Forte, artisti sulla cresta dell'onda, autori di performance acremente trasgressive, ai quali ha affidato una traduzione che ha soprattutto il carattere di un radicale adattamento.
Alla trasposizione della scrittura scespiriana in tic gergali che echeggiano vezzi e slogan del momento - "Troilo for ever", "Magico Ettore, sei tutti noi" - fa riscontro il tentativo di cogliervi una serie di temi legati al culto dell'immagine, ai miti del successo, al trionfo delle apparenze sui sentimenti, un misto di sesso, potere, sottomissione alle mode, dove ha senso anche la battuta: "li sentite gli applausi della gente? Il popolo è sovrano". Non si tratta quindi di semplice attualizzazione, ma di una chiave di lettura tesa a evidenziare aspetti che ovviamente nel testo non possono esserci, ma che aleggiano, ne affiorano in forma allusiva.
Tutto questo per dire che fare di Cressida una velina e del ruffiano Pandaro un "creatore di eventi" potrà anche risultare un po' facile ma ha, come dire, una sua ragion d'essere. È Shakespeare stesso che, semmai, non sempre offre appigli diretti a questo schema: però coi suoi umori lo autorizza, lo legittima. Per quel che riguarda la messinscena, è quanto di più scarno si possa immaginare, una struttura di tubi metallici a due piani, sopra i troiani, sotto i greci. Gli attori, a parte un "cameo" di Michele Placido, sono giovanissimi. Per vivacizzare un impianto un po' statico, Maccarinelli le prova tutte, dai duelli in stile arti marziali a Elena che balla la lap-dance: forse, dato il segno dell'operazione, qualche ulteriore sfrondamento non sarebbe stato fuori luogo.
di renato palazzi
(20:50 - 26 giu 2010)
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