In una fase della vita teatrale italiana in cui si moltiplicano i giovani gruppi, e quasi non passa giorno senza che si riveli qualche nuovo talento, Fagarazzi e Zuffellato irrompono sulla scena nazionale con una personalità già sorprendente e un'estrema consapevolezza della direzione intrapresa. Nel loro spettacolo, Enimirc, si concentrano molti dei temi che hanno caratterizzano il programma del Festival di Santarcangelo: il ribaltamento dei ruoli fra attori e spettatori, l'uso di domande direttamente rivolte ai partecipanti per scandagliarne i sentimenti autentici, l'uso insolito del video, la realtà che sostituisce la finzione rappresentativa.
Nel loro lavoro non c'è una trama definita, ma una serie di allusioni - gesti accennati, pezzi di telegiornali, persino una canzone - a stragi, omicidi, serial killer: il titolo stesso non è che una lettura speculare della parola crimini. Nel loro lavoro non ci sono attori: a dare corpo all'azione vengono invitate dieci persone scelte fra il pubblico in attesa di entrare, e sistemate nella prima fila. Queste persone, all'inizio bendate, devono poi indossare delle maschere prevalentemente animalesche (un cavallo, un gorilla, un maiale), e vengono quindi guidate, spostate nello spazio da uno dei registi, messe in posa a mimare assassini, vittime, cadaveri.
Non si tratta dunque di un mero, pretestuoso "coinvolgimento": quei dieci spettatori cooptati nello spettacolo sono a tutti gli effetti lo spettacolo stesso, i loro comportamenti, manovrati dai creatori di quest'ultimo, diventano l'unica forma di rappresentazione possibile. La realtà della vita - sottolineata dalle domande che il pubblico è spinto a porre dalla platea (avete mai sottomesso qualcuno, avete mai sognato la morte di qualcuno) - prende il posto della finzione del teatro, ma è una realtà ambigua, insieme "vera" e recitata. Intanto un operatore dotato di videocamera si aggira fra loro riprendendo minuziosamente tutto ciò che fanno.
Alla fine queste immagini, montate quasi in diretta, ripropongono quanto è accaduto da un punto di vista rovesciato, dal fondo dello spazio. Ci sono, in pratica, tre spettacoli in uno, ovviamente un po' diversi sera per sera: quello che vedono i semplici osservatori, quello che il video mostra da una prospettiva opposta e quello vissuto soggettivamente dai dieci che si trovano in mezzo, che non sono completamente dall'una o dall'altra parte. Questo intreccio di stratificazioni linguistiche confluisce in una composizione spoglia, essenzialissima, costruita con ferrea precisione ma al tempo stesso rigorosamente aleatoria, imprendibile, sfuggente.
di renato palazzi
(13:17 - 15 lug 2010)
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