Fascino del romanzo a teatro. Ricerca di un'universalità che forse una commedia o un dramma non consentono. Bisogno di confrontarsi in prima persona con la scrittura scenica nella sua complessità e dunque anche con la pagina scritta. Ma nel caso di un autore come Dostoevskij, probabilmente, ci sono altre motivazioni. Nel giro di due stagioni l'autore russo è stato la stella polare di due grandi registi: il lituano Eimuntas Nekrosius che ha messo in scena un magnifico Idiota (recensione) e Peter Stein che con I Demoni ha costruito un vero e proprio evento (recensione). Quest'anno Mittelfest - che da sempre indaga la cultura mitteleuropea e slava - si apre con una rielaborazione teatrale di uno dei più famosi romanzi dello scrittore russo, I fratelli Karamazov, già portato in scena (per esempio da Luca Ronconi) e sugli schermi con grande fortuna.
L'ha adattato e messo in scena una regista che ha inseguito questo sogno per molti anni, Marinella Anaclerio.Quali le motivazioni di una scelta trasversale a diverse generazioni? Al di là della grandezza dell'autore, questa attualità di Dostoevskij discende, almeno così ci pare, dal suo essere il catalizzatore di una crisi profonda della società e del singolo, in anni che fanno da spartiacque fra un'epoca vecchia e un'epoca nuova. Ma nasce anche dalla sua ambiguità, dal suo sentirsi un uomo nuovo smisuratamente orgoglioso di se stesso e allo stesso tempo alla ricerca di una superiore spiritualità. I Karamazov di Marinella Anaclerio ruotano attorno a questa duplicità, a questo spiazzamento, raccontandoci la storia di una famiglia che rappresenta come poche i diversi caratteri dell'anima russa e, allo stesso tempo, mettendo bene in luce quello che sta al di là dei caratteri dei personaggi : la capacità dialettica di giustificare qualsiasi atto grazie alla superiorità del pensiero, la ricerca più sfrenata della sensualità, l' amore che si trasforma in schiavitù e odio, la violenza , l'abiezione e - allo stesso tempo - lo slancio mistico e assoluto verso la trascendenza. E la ricerca della propria salvezza che può essere innestata perfino da un atto orrendo come il parricidio. Perché tutti, anche gli esseri più laidi, possono cercare la luce malgrado una vita violenta.
Queste vite al limite trascinate dal vento delle passioni, ci vengono incontro dal palcoscenico su di una pedana rotante che un velo trasforma in una specie di cilindro: il contenitore in movimento di parole e personaggi che dicono, gridano, sussurrano la loro verità. Di questa umanità in cammino, di questo brulicare di sentimenti, di questa coralità Anaclerio ha dato una versione anzi una visione sorprendente, rivelando una capacità notevole di lavorare con gli attori, un'intelligenza del testo e del modo di rappresentarlo che nascono da una conoscenza profonda della cultura russa cementata - ci dicono le sue note biografiche - lavorando con il grande Vassiliev e un pedagogo come Jurij Alschitz. Al risultato seguito con attenzione malgrado la ragguardevole durata e molto applaudito dal pubblico, ha contribuito una compagnia di ottimo livello nella quale spiccano Giovanni Costantino, Flavio Albanese, Pietro Faiella, Totò Onnis, Cristina Spina. Da vedere.
di maria grazia gregori
(10:27 - 22 lug 2010)
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