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17:57 - venerd́ 10 febbraio 2012
Il teatro di Daniel Veronese, cinquantacinquenne autore, attore e regista argentino, è un'elaborazione di materiali. Da falegname qual è stato prima di diventare mimo e poi marionettista, quello che lo affascina in questo momento è prendere un grande testo, un capolavoro del passato e riscriverlo impregnandolo d'attualità. L'ha fatto, per esempio, con Zio Vanja e Tre sorelle di Cechov e con Hedda Gabler di Ibsen, andato in scena a Santarcangelo 40 con un titolo "misterioso" e spiazzante: Tutti i grandi governi hanno evitato il teatro intimo.
Perché un titolo come questo? Le risposte possono essere molteplici: anche nel teatro il personale (la storia di Hedda) è "politico" : si può essere fedeli a se stessi solo rifiutando ciò che non amiamo a partire dalla società nella quale viviamo; se non ce la fai tanto vale farsi fuori. Oppure: da elaboratore-creatore, Veronese entra dentro i testi e li fa suoi profanandone la sacralità e così via. Quello che conta comunque è che questo gioco, questo intrigante rovesciamento delle strutture e delle storie non cessi mai, neppure per un momento di essere vita.
La sua Hedda Gabler è una donna eternamente scontenta, superba, scostante. Vive in un mondo di uomini e di donne che disprezza. Ma non fa nulla per uscire da questa situazione. Si lamenta in continuazione di quello che non ha ma non muove un dito per ottenerlo. Di riflesso, il testo di Veronese è una scatola cinese dove qualcosa contiene sempre qualcos'altro. Quello che contiene tutto, però, è, emblematicamente, il teatro. Per esempio realmente siamo in un teatro e la casa di Hedda sta sul palcoscenico perché le tocca abitare in attesa di tempi migliori dentro le scenografie di Casa di bambola.
Quello che si rappresenta ha l'andamento, il ritmo, il linguaggio quotidiano di una telenovela, genere in cui gli argentini sono maestri. La tragedia pronta a scoppiare da un momento all'altro, che in Ibsen i personaggi si portavano addosso, qui viene velata, quasi dislocata altrove: è un mondo di mezze calze e i sentimenti che provano sono al loro livello e la tragedia è impossibile. Che importa che si suoni il piano (quello di Casa di bambola, appunto)? C'è un mondo asfittico in quella casa che sembra la prigione nella quale l'autore ha rinchiuso i suoi personaggi, condannandoli a vivere una vita immaginaria, alla sua mercé. Funziona, è intrigante.
Poi ci sono gli attori, questi attori argentini ai quali si addice come a pochi il grottesco: sembrano rinchiusi in un alone di realismo, ma non è così. La loro risata è nera, i loro gesti, anche in quella squallida contemporaneità, sono come sospesi. Del resto, lo dichiara Veronese stesso: "Non risolvere, nessun ammiccamento né morali".
di maria grazia gregori
(03:29 - 19 lug 2010)
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