Credo che si dovrà parlare a lungo di Wunderkammer_Canti, lo straordinario progetto di Virgilio Sieni che ha degnamente aperto il programma di Drodesera, uno dei pochi festival italiani da cui si torna sempre con la sensazione di aver scoperto qualcosa. Si parla di progetto, e non di spettacolo, perché questa sorprendente proposta trascende tutte le categorie tradizionali, annullando ogni distinzione non solo fra regia e coreografia, ma anche fra vita e rappresentazione, fra antropologia e creazione artistica, fra coinvolgimento sociale e costruzione estetica, cancellando persino le distanze fra l'individuo e gli spazi in cui si svolge la sua esistenza.
Cosa ha fatto, in sostanza, Sieni? Riprendendo alcuni temi di lavoro che sta sviluppando da tempo, ha allestito cinque mini-performance in altrettante case di Dro, i cui protagonisti sono i loro stessi abitanti: ecco allora l'appartamento di una famigliola tunisina, madre, padre e due bambini, e la bottega del ciabattino ultraottantenne, e il portico sotto al quale un uomo con dei baffi enormi intrattiene relazioni quasi fisiche con la sua moto, e poi lo scantinato dove il vecchio maestro del paese legge brani di Rousseau, e il soggiorno di un'anziana signora che accenna passi di danza a piedi nudi, accanto a un tavolo con sopra delle pagnotte.
L'eccezionalità di questa esperienza, che non è paragonabile a niente altro che si sia visto in questi anni, consiste senza dubbio nella genialità dell'ideazione, e nell'intensa carica poetica che esprime: c'è, in questa stretta assimilazione fra le persone e i loro oggetti quotidiani, in questo trasformare gli oggetti - un libro, un pupazzo, uno strumento di lavoro - in metafore di un mistero insondabile, qualcosa di struggente, che scuote nel profondo. E l'impressione di intrufolarsi nel privato degli "interpreti", di spiare l'attenzione con cui compiono poche azioni essenziali, ma elevate a un'alta stilizzazione rituale, è così forte che mette a disagio.
Ma a colpire soprattutto è lo spessore di implicazioni intellettuali che un simile percorso suggerisce: il fatto che esso si compia in un periodo in cui molti rinunciano all'apporto di attori professionisti, per puntare su figure "prese dalla vita", fa pensare alla ricerca di una verità che il teatro, in sé, non può più offrire. Nel momento in cui assurge a materia di spettacolo, però, questa verità si fa ambigua, passa attraverso una tecnica compositiva, e anche i gesti all'apparenza più naturali assumono delle sottili risonanze concettuali. Gli ambienti stessi, nella loro concretezza, vengono impercettibilmente alterati, diventano delle specie di installazioni.
Il gruppetto degli spettatori, guidato dall'uno all'altro di questi interni attraverso viottoli e cortili, perde le coordinate anche mentali di ciò che vede, non sa più cosa sia la realtà e la finzione, non sa più quale sia il suo stesso ruolo: forse, in definitiva, l'unico elemento estraneo è proprio il pubblico, è lo sguardo del pubblico che sposta queste schegge di verità interiore verso i confini di un insondabile artificio. Loro, il maestro, il ciabattino, sono reali, è quella decina di intrusi a incarnare in un certo senso una finzione.
di renato palazzi
(00:50 - 29 lug 2010)
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