Hamlice, atto secondo. Amleto e Alice si intrecciano e si scontrano nelle mura spesse del carcere di Volterra. Armando Punzo porta a termine il viaggio iniziato la scorsa estate, nell'universo verbale, fonetico, lessicale di due capolavori letterali. E squaderna un senso - "un'idea", la chiama il regista attore - una domanda feroce, un appello condiviso con entusiasmo da tutti i presenti. Mentre sulla piccola Volterra aleggiano spettri censori, come altrove in Italia, e una piccola folla manifesta in piazza per la libertà di espressione, il Festival dedicato ai teatri dell'impossibile tocca la sua 24esima edizione, e si raccoglie attorno al sogno di dar vita ad un teatro stabile in carcere, voluto dal fondatore della compagnia della Fortezza. Proprio con il carcere, allora, si fanno i conti, ben sapendo che anno dopo anno questa esperienza nata nella marginalità ha assunto i contorni epocali di punto di riferimento imprescindibile della nuova teatralità europea.
Dunque Punzo riprende i fili di un discorso avviato lo scorso anno, con grande dispiego di intuizioni e raffinate soluzioni. Se nel 2009, il viaggio claustrofobico di Alice era nei meandri del carcere di una Danimarca squinternata e ossessiva, ridotta in un braccio della fortezza che non escludeva il piccolo teatrino, inglobandolo in una vertigine di pareti ricoperte dalla riscrittura (a mano) del celebre testo shakespeariano, quest'anno un prologo e un epilogo di folgorante bellezza fanno slittare l'asse semantico verso quella "idea" che è il nucleo del nuovo lavoro. Dunque, se la struttura centrale di questa Hamlice è simile sostanzialmente (ossia di immutata bellezza) al lavoro 2009, pare quasi che proprio nella apertura e chiusura - giocate nel bianco abbacinante che ricopre il cortile esterno - si fonda la tensione attuale. Che è il grido disperato di chi non vuole tacere, di chi cerca continuamente e ostinatamente la forza e il nutrimento delle parole. Ed è un magma ossessivo, continuo, di parole: scritte, dette, urlate ovunque.
Buttitta diceva che un popolo è libero finché le "parole figliano parole": ecco, dunque l'invito urlato al microfono dallo stesso Punzo, sempre più primattore della compagnia. Dopo aver distribuito tra il pubblico infinite lettere in candido polistirolo, il capocomico invita gli spettatori a far volare quelle stesse lettere, a far vivere in cielo, a dar libertà alle parole. Ecco il nodo, l'essenza, la guerra di questa compagnia a fronte di una "lettera che muore" (come titola un bel libro di Gabriele Frasca), a un popolo che tace, che spezza sempre più la complessità del discorso in banali e minimale frammenti dove l'emoticon è l'apice del sentimento e dove la lunghezza delle 160 battute è lo standard della articolazione.
Lo spettacolo, dunque, si apre nella luce livida di un freddo pomeriggio, in una corte raggelata e grottesca, impalata nella propria decadenza dove Amleto/Alice/Punzo si consegna ad una posticcia deposizione. Poi, tra colonne che crollano rumorosamente e danze macabre, ci si sposta all'interno, negli spazi angusti del carcere, dove riprendere quel cabaret di monologhi anche contemporanei (da Genet a Ruccello), in cui si cimentano i corpi resi vieppiù statuari dai bellissimi costumi di Emanuela Dall'Aglio. Poi si è ancora fuori, e stavolta quel gigione di datore luci che è il Padreterno, regala alla spianata reale un sole accecante, che smalta e infiamma il finale. Il pubblico è travolto dall'emozione: le lettere felici volano in aria, a disegnare nuvole improvvise di un alfabeto poetico. Ma la poesia, qui, è quella della nostalgia, di un mondo come vorremmo, libero, solidale, addirittura felice. Poi, mestamente, si torna alla realtà, alla fine di quella civiltà che è il nostro presente.
Visto al Teatro Persio Flacco di Volterra
di andrea porcheddu
(13:29 - 02 ago 2010)
filo scrive alle 16:54 - lun 09 ago 2010
L'articolo di A. Porcheddu sembra trasmettere una nostalgia della Parola che la paura dei tagli alla cultura non può inquinare con costrizioni opinabili. Io sono a Santiago del Cile perché mia sorella vive in questa città dove un popolo che muore di parole sembra in cerca ancora di una libertà dalla Storia. Ieri sono andata in un carcere che sta diventando un centro delle arti performative. Un ex-detenuto ha concordato con lo Stato di coivolgere le persone che vivono in "marginalità" in un progetto che vedrà in questa struttura sorgere un gruppo di teatro. Lo spazio è in via di ristrutturazione; c'è solo un cortile sul tetto diroccato, che ricorda il respiro delle metamorfosi della Compagnia della Fortezza.
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