Una stanza è una stanza, è una stanza, è una stanza. Ma per il grande Harold Pinter una stanza è innanzi tutto un mondo, un luogo concentrazionario. Un ring mentale malgrado l'apparente realismo di certi riferimenti dove ci si batte, magari anche "solo"con le parole, ci si odia, talvolta ci si ama ma sempre a destini incrociati. Un luogo fintamente protetto dove la vita di fuori e la storia con i suoi orrori e i suoi ricordi entrano facendo piazza pulita di qualsiasi sentimento. Anzi è stato proprio su questa crepa, su questa ferita che la drammaturgia pinteriana è cresciuta, quasi abbarbicata a quello che si crede il senso e invece è il nonsenso della vita.
Da questo punto di vista Ceneri alle ceneri è un testo esemplare che non ha ancora la "politicità" di Il bicchiere della staffa o del Linguaggio della montagna, ma che mette in luce in modo impareggiabile - sostiene l'autore - che "non esiste una rigida linea di demarcazione fra ciò che è reale e ciò che è irreale, fra ciò che è vero e ciò che è falso". Lo spettacolo, in scena al Franco Parenti di Milano, si muove proprio dentro questa discrepanza, dove il passato si fa presente negando ai personaggi ogni possibilità di futuro.
Da qui ci sembra si sia mosso Mario Morini, regista e intellettuale di rara finezza e profondità, che a Ceneri alle ceneri lavorava da tempo, ma che è scomparso prima di poterlo realizzare, andato in scena per un atto d'amore di sua moglie Magda Poli, grazie al profondo senso dell'amicizia di Andrée Ruth Shammah, alla volontà di una giovane regista, Federica Santambrogio, che si è mossa da quelle riflessioni con una sua cifra, una sua creatività e all'entusiasmo dei due interpreti, Annina Pedrini e Umberto Ceriani. Un modo bellissimo per ricordare con il teatro, un amico che ci ha lasciato troppo presto.
C'è una stanza, dunque, dove vivono Rebecca e Devlin, una coppia, forse marito e moglie, forse amanti, ma sempre e comunque un uomo e una donna. Due borghesi all'apparenza. Ma a ben guardare i due personaggi sembrano immersi in un gorgo strindberghiano di crudeltà, di orrore, di un passato che ritorna eternamente, rivestendosi di sopraffazione e di dolore. È un passato che non si sa quanto sia stato vissuto o quanto sia invece un sedimento doloroso, un ricordo di cose dette e non vissute in prima persona. Tutto immerso nel tempo, quel tempo pinteriano che va e che viene, che comincia e ricomincia e finisce per ricominciare, di nuovo, mentre le sorelle Lescano cantano Tornerai e la melodia ritorna nel corso dello spettacolo come una nota interrotta, come lo specchio di un disagio, fra il suonare delle sirene delle ambulanze, lo sferragliare dei treni che portano verso una fabbrica-lager un popolo.
E ci sembra di sentirli quei pianti di bambini, anzi di "fagotti", vittime di una mattanza senza nome mentre quell'orrore vissuto o ricordato ma mai rielaborato, tragicamente si stempera fra il ricordo di un amante, i pomeriggi al bar o al cinema con la sorella e i nipotini, le gelosie di pessimo gusto di quest'uomo e di questa donna non sai se vittime, carnefici o "ladri" di un passato che non può passare, fisso, eterno come la colpa. Rebecca e Devlin, lei e lui, nello spettacolo di Morini-Poli-Santambrogio, stanno lì, come usciti dal quadro astratto dove i colori accesi si mescolano alle ombre, che riempie di sé la scena dove le perfette luci di taglio di Gigi Saccomandi, rivelano e nascondono allo stesso modo quei personaggi da acquario che i due bravi protagonisti - la Pedrini con la sua forte presenza, la sua drammatica fisicità e Ceriani, ossessionato dall'impossibilità di raggiungere la verità - interpretano come fissati eternamente a quell'orrore, a quella mancanza, a quella solitudine.
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di maria grazia gregori
(19:13 - 01 ott 2010)
Voto utenti:
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