Forse rendendo omaggio al Testori spettatore innamorato del teatro e della rivista, il regista Pierpaolo Sepe ha messo in scena una splendida Maria Paiato con un vistoso abito da sera tutto lustrini rossi, i capelli nerissimi e cortissimi, la bocca rossa. Solo che le scale salite e scese dalle molte divine di allora appaiono all'inizio come un specie di pedana da febbre del sabato sera e invece sono i gradini lucenti di una croce e quello che la folgorante signora dalla schiena nuda e dalla vorace fisicità ci grida in faccia con quegli occhi spiritati che sembrano scrutarci dentro, riguarda un fatto d'amore e di morte, di violenza e di fede, di passione fisica, di ammirazione per la maschilità trionfante che la regina Erodiade che sta per essere ripudiata da Erode sente per lui, Giovanni anzi Jokanaan, che ha rovesciato truci invettive contro la sua vita e quella della sua famiglia, a cominciare da Salomè.
In realtà in questo testo di Testori (per la prima volta il grande autore lombardo era rappresentato all'Olimpico di Vicenza, dove abbiamo assistito alla spettacolo. N. d.R.) la passione fisica, totale di Erodiade per Jokanaan - di cui chiede la testa, per poterlo almeno baciare sulla bocca da morto -, che la rifiuta e la maledice come simbolo di ogni nefandezza è solo l'impetuoso, impossibile amore umano che si trasforma nel corso del suo delirante monologo nella lotta fra la sua richiesta di una passione pronta a qualsiasi cosa pur di raggiungere il suo scopo in un fatale corpo a corpo non solo con il nudo profeta ma anche con il Dio di cui lui si sente abitato, con la sua vita passata in attesa del Cristo che verrà, la cui nascita non può certo essere stata diversa, fra il sangue e gli umori, da tutte le nascite del mondo, con la sua rinuncia al piacere.
Corpo che vibra, nevroticamente teso verso qualcosa che non potrà mai avere, camminata sghemba e un po' folle a sfidare la gravità e i colpi della vita, pronta a sfaldarsi nella violenza di un amplesso solo immaginato, l'Erodiade della Paiato - una grande prova d'attrice - urla il suo dolore di femmina rifiutata, si interroga sul senso del martirio scelto da quel bellissimo maschio per un Dio indifferente, si getta a terra, apre le gambe in attesa di quell'uomo tanto desiderato ora ridotto solo a una testa sanguinante, si lascia andare a una danza sfrenata, lancia il suo richiamo da belva ferita, buttandosi, arrampicandosi sul trono dove alla fine si ferma quasi prefigurando una blasfema, inquietante crocifissione. Una tragedia assoluta per un'interprete d'eccezione.
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di maria grazia gregori
(16:49 - 18 ott 2010)
Voto utenti:
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