C'era grande attesa per il ritorno del vulcanico Peter Sellars sui palcoscenici del Romaeuropa Festival, già frequentato in passato dal regista statunitense. Di Sellars, notoriamente, si apprezza la linea creativa, la capacità di coniugare classici e contemporaneità, in giochi scenici che - soprattutto in ambito lirico - hanno segnato indelebilmente il modo di fare allestimento.
Da sempre attento alle contraddizioni sociali e politiche del globo, Peter Sellars ha intelligentemente forzato partiture della tradizione (da Mozart a Shakespeare) per scandagliare le tensioni del nostro tempo. Un afflato, il suo, chiaramente militante, anche quando si declina nella produzione operistica contemporanea, ad esempio nella complicità con il compositore John Adams, di opere che mettono in scena affreschi di tragedie (post)moderne: dalla morte di Klingoffer sull'Achille Lauro al viaggio di Nixon in Cina.
Allora, non potevamo non essere incuriositi dell'affondo di Sellars nell'alta e nervosa scrittura musicale di György Kurtág, compositore di grande complessità e inquietudine, consacrato a suo tempo (era il 1992) dai Berliner Philharmoniker guidati da Claudio Abbado.
La password, per entrare nel mondo musicale di Kurtág, non è propriamente facile, soprattutto per i neofiti: gli esperti e gli studiosi, invece, apprezzano assai ricordando la formazione del romeno-ungherese prima a Parigi con Darius Milhaud e Olivier Messiaen, poi la costante attenzione per Bartòk, Webern e Beethoven. Insomma, macigni concettuali fatti note. Ed è emblematico, allora, di questa febbrile ricerca proprio l'opera Kafka Fragmente, creata tra il 1985 e il 1986, attingendo a testi, lettere, diari, scarabocchi, frammenti (da qui il titolo) del grande Franz. La composizione è una overdose di sensazioni, rimandi, citazioni, slanci, chiusure, vertigini, dissonanze, ferocità, lirismo, poesia. Il tutto affidato a una voce di soprano e a un violino, chiamati a dialogare, scontrarsi, accompagnarsi, sfuggirsi. Una partitura di eccentrica bellezza, di straniante suggestione, di gelida incisività. Sono 40 frammenti, di lunghezza variabile: alcuni sono cinici e brevissimi aforismi, altri divagazioni, che potrebbero diventare arie d'opera.
Kurtág dichiara la sua predilezione per un approccio psicoanalitico alla materia: le suggestioni, infatti, si dipanano come ossessioni, visioni, fendenti autoflagellanti di un possibile personaggio. Di Kafka, insomma, il compositore sembra cogliere non tanto l'aspetto grottesco e "kafkiano" (mi si conceda il gioco), quanto il lucido e paralizzante desiderio di vivere e amare, l'impossibilità di essere normali.
Forse per questo, l'essenziale traduzione scenica di Sellars vira tutto a un presentismo sfacciato: lei, la soprano (la straordinaria Dawn Upshaw) è una casalinga, piuttosto disperata, alle prese con mansioni domestiche: guanti di gomma e camicia a scacchettoni molto yankee, se la sbriga tra panni da stirare e pavimenti da pulire. Il violinista (imponente e magnetico Geoff Nuttal) in tuta e felpa, butta un cappello a terra - cogliendo un rimando del testo - e suona come fosse nella metro di New York. Sullo sfondo, intanto, scorrono immagini di David Michalek, che sono ambientazioni, suggerimenti, stridenti contrasti in un efficace bianco/nero. Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2005, è nel suo insieme di grande e castigato rigore: musicalmente impeccabile, teatralmente un po' mortificante per lo spettatore abituato alla verve registica del geniale folletto americano. Ma proprio nel rigore e nella essenzialità vibra, paradossalmente, questo rispettoso omaggio al pensiero complesso di György Kurtág, quasi che nulla dovesse interferire (visivamente) all'ascolto. Il che mostra ancora una volta, laddove ce ne fosse bisogno, l'intelligenza di Sellars.
di andrea porcheddu
(16:36 - 30 nov 2010)
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