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18:02 - marted́ 22 maggio 2012


La scuola delle mogli

Al suo primo incontro con Molière, Valter Malosti ha scelto la commedia senza dubbio più misogina dell'autore francese - quella Scuola delle mogli in cui lo scrittore aveva riversato le sue ossessioni e forse un suo disagio nei confronti del mondo femminile -, rileggendo con qualche suggestione autobiografica, il personaggio di Arnolfo. Un uomo in età per l'epoca, che alleva la ragazza che ha adottato, la sua pupilla, credendola orfana nella più totale ignoranza per conservarla pura, lontana dalle tentazioni.

Quasi ovvie le conseguenze: la giovane non sarà colta, sarà anche cresciuta segregata in casa, ma la pulsione erotica, quell'insopprimibile desiderio femminile di piacere, si manifestano con grande violenza non appena i suoi occhi "casti" incrociano quelli di un bel giovanotto: pronti entrambi a preparare una trappola al maturo spasimante, che sarà costretto a rinunciare alla sua "bambina" anche perché, come in ogni intrigo che si rispetti, la ragazza si rivelerà non solo di ottima estrazione sociale ma anche dotata di padre amoroso che la sta cercando per mare e per terra e di un suocero in pectore che altri non è che il padre dell'amato giovanotto che le ha fatto battere il cuore con le sue serenate.

Confrontandosi con questo testo e scegliendo per se il ruolo di Arnolfo, Valter Malosti - qui nelle vesti anche di traduttore, di adattatore oltre che di regista -, prende il testo contromano, trasformandolo ma anche esaltandolo a contenitore di un'ossessione senza scampo, quasi una malattia, dove lo sghignazzo cupo si confonde con l'amarezza e la sostanziale infelicità del personaggio principale.

Anche la scena rispetta l'inquietante bivalenza attorno alla quale Malosti ha costruito uno spettacolo intrigante e spiazzante: la casa in cui vive rinchiusa la giovane Agnese (una piccante Giulia Cotugno), è una casa per bambole; il mondo che sta fuori e che arranca su di un girevole che sembra una zattera pronta ad affondare, dove troneggia un possente tronco con lunghe radici (citazione dello stemma araldico - "signore del ceppo" -, che Arnolfo si è inventato) e un cervo dalle lunghe corna, icona e ossessione del tradimento, gode di un equilibrio precario come se il dentro e il fuori si scambiassero incubi o sogni neri come nero è l'esprit, lo spirito del testo.

Malosti poi dilata a dismisura questo universo malato con l'aiuto anche di una colonna sonora continua che mescola Verdi a Morricone, Gaber a Leo Ferrè trasformandosi nel ruolo inedito di un Arnolfo che sa sdoppiarsi nell'autocoscienza di se stesso. Una Scuola delle mogli, la sua, che sceglie la frammentazione, quasi un'opera pop, volutamente sopra le righe, dove l'attore regista gioca con il proprio personaggio quasi vedendosi recitare cercando le voci di dentro (le citazioni d'obbligo sono Carmelo Bene e Leo de Berardinis) mentre intorno gira gira il mondo e i personaggi si sfiniscono nel balletto meccanico del loro ruolo sociale.

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano

La tournée 2010-2011 dello spettacolo

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di maria grazia gregori

(18:55 - 15 nov 2010)



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MaNu_91 scrive alle 09:14 - mer 23 mar 2011
Salve,studio arte drammatica e domenica io ed i ragazzi del mio corso andammo a vedere lo spettacolo. La domanda è:c'era proprio bisogno di usare un testo di Moliere e stravolgerlo per far ridere la gente? Avrebbero potuto scrivere un testo da soli e sarebbero stati liberi di inserirvi qualsiasi elemento volgare. Ci siamo sentiti enormemente delusi,non siamo stati neanche in grado di paragonare lo "spettacolo" al lavoro che stiamo facendo noi,perchè tra l'altro questa è la commedia che porteremo al saggio di fine anno.


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