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18:03 - marted́ 22 maggio 2012


Il guardiano

Ha cinquant'anni questo testo di Harold Pinter ma - è il caso di dirlo - non li dimostra. Costruito attorno a tre personaggi - due fratelli e uno sconosciuto, disgraziato come loro -, Il guardiano che si snoda dentro la stanza di una casa disabitata, un po' in rovina, è un esempio perfetto del teatro secondo Pinter, dove il realismo quotidiano si dilata nel tempo sospeso, in una realtà onirica più che concreta, scandita da un ritmo interno che è dato dalle parole, dal linguaggio ma anche dalle azioni dei personaggi.

Quella stanza - in cui i due fratelli Aston e Mick vivono -, ricolma di oggetti che ne fanno una specie di deposito, è in realtà l'ultima zattera alla quale i personaggi, tre falliti in modo diverso, stanno aggrappati cercando uno spiraglio di vita possibile. Un luogo chiuso, asfittico, miserevole, sporco malgrado vani tentativi di decoro piccolo borghese. La vita dei tre che scopriamo a brandelli è in realtà una fuga continua: per Aston (uno spettrale, inquietante Mario Sala) dalla sua schizofrenia e dal manicomio; per suo fratello Mick (Alessandro Tedeschi che nasconde sotto un'apparente normalità una totale inadeguatezza) dalla paura della vita che cerca di superare con un attivismo senza risultato, segnata da piccole violenze senza costrutto, dietro le quali nascondersi; per Davies (di cui il bravo Gigio Alberti rende lo straripante eloquio e la menzogna facile), un vecchio rotto a qualsiasi esperienza, dal bisogno di trovare un luogo dove stare, per questo pronto sempre a prendere la parte di chi giudica di volta in volta il più forte. In fin dei conti un uomo senza qualità che conosce molto bene l'arte d'arrangiarsi.

Come la maggioranza dei cultori di Pinter anche il regista Lorenzo Loris considera la stanza in cui si svolge l'azione, la metafora di un mondo che sembra stare tutto dentro questo luogo, ma che anela sempre a ciò che sta fuori e che fa paura. È la vita, inascoltata, che batte alla sua porta e che vi entra come timore, come ricordo oscuro, come punizione, come necessità imprescindibile dell'altro. Questa stanza ci appartiene, sostiene Loris in questo spettacolo asciutto ed essenziale: siamo noi quelli che l'abitiamo. Ce lo suggerisce anche il nebbioso, talvolta plumbeo, inquietante paesaggio milanese (e lombardo), che i disegni visivi di Dimitris Statiris e di Fabio Cinicola ci rimandano sul fondo della scena.

Anche i personaggi hanno acquisito la parlata di casa nostra e i punti di riferimento non sono più inglesi ma lombardi. Chi sono i tre personaggi l'uno per l'altro? Pinter non ce lo dice, lasciando come sempre aperti i suoi testi all'emozione della mente, al gioco verbale e al gioco in generale senza dimenticarsi, da inglese, che giocare e recitare sono la stessa cosa.

Visto al Teatro Out Off di Milano

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di maria grazia gregori

(12:00 - 03 dic 2010)



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