Rispetto al debutto estivo, lo spettacolo Rumore di acque, scritto e diretto da Marco Martinelli per il Teatro delle Albe, ha acquistato maturità e consapevolezza. È un lavoro che si inserisce a pieno titolo in più d'una delle linee di ricerca della compagnia ravennate: da un lato, infatti, vi è l'impianto formale, dall'altro il piano dei contenuti.
Dal primo punto di vista, lo spettacolo si colloca nel novero di quei "monologhi a più voci" che hanno spesso protagonista la sempre impeccabile Ermanna Montanari o altri attori del gruppo: essenziali set scenici (da ultimo un ring-piattaforma illuminata dal basso), grande attenzione alla vocalità, essenzialità di struttura. Per fare un esempio recente, di successo, potremmo pensare a Rosvita (recensione).
Poi vi è il piano dei contenuti. In questo caso, Rumore di acque si colloca nel lavoro "sociale", culturale in senso ampio, e dunque politico, fatto da Marco Martinelli con particolare verve negli ultimi anni: dalle "non-scuole" a Scampia, fino al recente percorso fatto a Mazara del Vallo, con immigrati e locali.
Insomma: forma e sostanza, rigore stilistico e temi sociali, estetica ed etica: per riassumere in formulette facili la complessità di una instancabile e pluriennale ricerca. Rumore di acque mette in scena un fantomatico generale-funzionario, addetto alla conta dei morti in mare. I numeri sono la sua ossessione, vive di ordine e catalogazioni, inquadra e definisce: fa statistiche, computa. Però, poi, lentamente, come è naturale sia, si scopre che ogni numero ha una sua storia. Tante storie, dunque, galleggiano in questo Mediterraneo-cimitero mentre i corpi vanno a fondo. Lui, il generale posticcio, il fedele servitore degli ordini potenti, raccoglie cadaveri e storie, ride selvaggiamente delle pretese goffe di chi cercava la salvezza in Italia: dall'Africa come dall'Est, i morti, alla fine, sono la testimonianza concreta delle ambizioni e delle illusioni, delle ingenuità e del candore di povera gente che spera, che sogna, che vuole semplicemente sopravvivere a questo mondo.
Il generale evoca, annoiato, cinico, sbadato: chi se ne importa di quel ragazzino che non ce la fa più e dopo giorni alla deriva si tuffa per tornare dalla sua mamma? Come non ridere della pretesa di quella bella donna di uscire indenne dalle attenzioni di poliziotti corrotti e traghettatori? Sono storie di orrore quotidiano, cui siamo ormai assuefatti: chi li sente più i numeri dei morti? Quante vittime ogni notte, sembra dire Martinelli, su cui non spendiamo nemmeno un istante del prezioso tempo occidentale.
Lo spettacolo, si è detto, vive di quella dicotomia: forma/sostanza. Se la sostanza, ossia il testo, sembra essere prodotto da una sincera necessarietà, da un bisogno insopprimibile di raccontare quanto visto e ascoltato a Mazara, quasi una tesi da dimostrare, una denuncia da fare, con le sue ossessive ripetizioni e le sue ossessioni; il livello formale acquista spessore nella dialettica tragica affidata alla magnetica presenza scenica dei Fratelli Mancuso, seduti in fondo a sinistra, che con i loro canti fanno da umanissimo contraltare alla spocchiosa prosopopea del generale. È il bravo Alessandro Renda a indossare i panni scomodi di questo ruolo: e se pure, soprattutto in apertura, usa toni, timbri, raspature molto (forse troppo) "alla Montanari", poi si irrobustisce, conferendo a questo grottesco gheddafi dei poveri grande forza e paradossale ironia.
Visto al Teatro Rasi di Ravenna
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di andrea porcheddu
(18:43 - 01 dic 2010)
Voto utenti:
30/06/2011
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