Nel folgorante poemetto di Mariangela Gualtieri, che fa da partitura verbale a questo splendido spettacolo, Caino è una sorta di capostipite, il nostro vero progenitore. Attraverso il suo delitto, egli diventa l'emblema di tutta la violenza e di tutto il dolore dell'uomo, l'oscura origine delle nostre contraddizioni. "Sono io il mistero / del male che ti attrae / e con cui ti batti / Sempre". C'è pietà e tenerezza nelle parole con cui l'autrice lo condanna alla consapevolezza di incarnare un sanguinoso inizio. "Buon viaggio. Buona cima. Buon cammino / terrestre. Comincia qui l'umano. / Non temere. Cominci qui. Sei il primo / di una infinità / Come ognuno che verrà, porti la promessa / e porti il peso di tutti".
Nella straordinaria invenzione della Gualtieri, Caino, l'assassino del fratello, il costruttore della prima città - una figura in abito femminile nero, che cammina furiosamente avanti e indietro in proscenio - diventa una sorta di tormentato Prometeo che porta ai suoi discendenti il demone della conoscenza e del progresso. "Tu prenderai la terra, la farai in pezzi, / la plasmerai, la cuocerai, / separerai gli elementi / e poi scavando sotto, dove nasconde / i tesori, le strapperai i poteri / generanti, imparerai la legge / delle sostanze, ciò che tiene legato / e ciò che arde". Ma questo slancio in avanti comporta anche una rottura, una perdita lancinante. "Il silenzio sarà dimenticato, dimenticato il deserto col suo Dio".
Questa altissima creazione poetica trova riscontro in un allestimento che le dà corpo e respiro senza tuttavia mai ridursi alla sua semplice illustrazione. Il grande spazio scenico delle Fonderie Limone di Moncalieri, dove lo spettacolo ha debuttato, ospite dello Stabile di Torino, era riempito di oggetti - una rozza panca-tavola di legno, una specie di stia, una statua di cervo coperta di cellophan, un'enorme testa di cartapesta che pendeva dal soffitto, e poi fronde, fascine, rami di palma, il solito armamentario da rituale contadino tipico della Valdoca - a suggerire un universo primordiale, fra agricoltura e pastorizia, ma già invaso e segnato dall'avvento di un degrado tecnologico.
In questo ambiente pervaso dagli echi di una sacralità antica, l'ispirata regia di Cesare Ronconi univa strettamente il gesto teatrale - che era sempre gesto d'amore o di lotta - con la composizione coreografica. L'incessante sottofondo musicale, eseguito dal vivo dal percussionista Enrico Malatesta (coi suoni elettronici di Alice Berni) generava una sorta di movimento fluido, continuo, in cui le varie sequenze dell'azione trapassavano impercettibilmente l'una nell'altra senza pause o interruzioni. A scandire la vicenda erano soprattutto le visionarie figurazioni di un coro di sette ragazze e ragazzi, mentre i personaggi "recitanti" andavano a turno ai microfoni per dire o urlare le loro passioni.
Danio Manfredini era un Caino possente e disperato, dominato da una ferina energia distruttiva: il suo canto finale, ieratico, come proveniente da distanze abissali, ti penetrava nelle viscere. Il bravo Leonardo Delogu, col suo barbarico mantello chiaro di pelliccia, era l'insinuante "illusionista", misteriosa creatura a metà fra Lucifero e un "doppio" giovane del protagonista. La danzatrice Raffaella Giordano dava vita a un angelo silenzioso, cui - coperta da un ampio drappo bianco - prestava la sua voce la Gualtieri: e quest'ultima si confermava non soltanto poetessa di statura elevatissima, ma anche incomparabile interprete dei suoi versi.
Visto alle Fonderie Teatrali Limone di Moncalieri
Le prossime date della tournée 2011 dello spettacolo
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di renato palazzi
(18:44 - 24 gen 2011)
Voto utenti:
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