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18:05 - marted́ 22 maggio 2012


Cuore di cactus

Una città, la sua voce, il suo respiro, la sua esistenza. Palermo bellissima e morente, osservata e descritta con amore, ma senza indulgenza, a due voci: quella dell'autore Antonio Calabrò, giornalista di fama e scrittore, e quella di Fausto Russo Alesi, attore di talento fra i più preparati e curiosi della sua generazione. Ad accomunarli c'è non solo la città in cui sono nati ma anche il viaggio che entrambi hanno compiuto: Milano-Palermo e talvolta ritorno, senza mai ritornare davvero ma anche quella ruvida tenerezza che fa fede al titolo: un cuore di cactus, dunque spinoso, ma se si sa andare oltre le spine e le spigolosità...

Accompagnato dalle musiche suonate dal vivo al pianoforte da Giovanni Vitaletti, Russo Alesi dà voce, intelligenza, corpo ma anche emozione al racconto di Antonio Calabrò, a questa educazione sentimentale che è anche il racconto di una vita dentro una città che si ama ma dove non si può vivere dopo troppe, cocenti delusioni. Una città e i suoi ricordi: per Calabrò il lavoro al quotidiano L'Ora "che quando appariva al pomeriggio, rompeva le scatole a tutti", esempio di un giornalismo libero in una città all'apparenza ripiegata, rassegnata quando non collusa di fronte allo strapotere della mafia. Palermo dai volti diversi: cosa mai può esserci in comune fra l'arcivescovo Ruffini che annoverava fra i suoi "nemici" il Gattopardo e i comunisti e Ninni Cassarà, ucciso barbaramente dalla mafia, amico dell'autore che su di lui scrive parole colme d'affetto e di ammirazione? Cosa può esserci in comune fra chi vive defilato senza condividere il pericolo della necessità di un cambiamento e chi ne vive le difficoltà sulla propria pelle, scegliendosi per maestri persone come Pio La Torre, Falcone e Borsellino, il generale Dalla Chiesa? Il viaggio a doppio binario di Calabrò e Russo Alesi nasce dalla certezza della necessità di una partenza dalla Sicilia per cercare altrove una nuova dimensione di lavoro e di vita. Così per entrambi Milano diventa il luogo, il centro, l'osservatorio da cui guardare quella realtà che- come dimostrano alcune recenti inchieste- è ormai così pericolosamente vicina anche a noi.

Fausto Russo Alesi scandaglia con passione il testo di Calabrò, trovando in se stesso, nella sua esperienza, nella sua tenerezza schiva verso la figura paterna, nelle sue scelte, una rispondenza. Due generazioni si guardano: non c'è compiacimento nell'interpretazione asciutta e notevole dell'attore, ma una grande sintonia con l'autore, dove si coglie una profonda tristezza e insieme il bisogno di un riscatto che possa rispecchiarsi in nuove parole per un nuovo vocabolario. C'è la saggezza di chi ha fatto la scelta di andarsene altrove per via dell'aria irrespirabile, ma che sente profondamente dentro di sé la lacerazione del distacco. Un momento di riflessione civile, politica, potente.

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano

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di maria grazia gregori

(15:27 - 25 gen 2011)



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