Coetaneo degli "arrabbiati", considerato un erede e un continuatore del teatro epico brechtiano, Edward Bond è un autore all'apparenza lontanissimo dai gusti e dai percorsi di un regista da sempre attento soprattutto alle strutture formali del testo, quale è Ronconi. Eppure da tempo Ronconi sembra attratto dalle opere di questo drammaturgo "scomodo", di cui già aveva allestito nel 2005 a Torino il livido Atti di guerra: evidentemente Bond, con la sua asprezza, con la sua scrittura scarna, asciutta, incarna bene l'altra faccia del ronconismo, quella che punta a un linguaggio disadorno, totalmente calato nell'immediatezza dei contenuti.
La compagnia degli uomini, questo robusto dramma che risale a una ventina d'anni fa, prende inoltre le mosse da un argomento - quello dell'economia e della finanza - caro al regista, che già lo ha affrontato in diversi spettacoli, da Lo specchio del diavolo, emblematicamente ricavato da un saggio di Giorgio Ruffolo, a Inventato di sana pianta ovvero gli affari del barone Laborde di Hermann Broch. In questo caso, poi, Bond si occupa specialmente del rapporto fra l'industria e la guerra, che aveva avuto nel '90 uno sviluppo esemplare nella memorabile messinscena ronconiana de Gli ultimi giorni dell'umanità di Karl Kraus.
Al centro della vicenda sembra esserci infatti lo spietato scontro fra due magnati senza scrupoli, l'anziano Oldfield, alla guida di una fabbrica di armi, e il cinico, aggressivo Hammond, che non trascura nessun mezzo per arrivare a impossessarsene. Nell'articolarsi del racconto, Bond analizza con una lucidità quasi didascalica i meccanismi attraverso i quali i due cercano di assumerne il controllo azionario. E il discorso di Hammond su come la fabbricazione dei fucili possa incrementare gli introiti delle sue imprese alimentari è un'autentica piccola lezione sulle degenerazioni del capitalismo.
Ma La compagnia degli uomini è anche una riflessione sulla natura dei rapporti umani in una società dominata dal prevalere del profitto sui sentimenti, dove i concetti di bontà e cattiveria, di lealtà e tradimento perdono la propria ragion d'essere, e l'amico più fidato è il proprio nemico. Soprattutto, è una disincantata rappresentazione degli oscuri legami fra genitori e figli, in cui la massima vicinanza emotiva tra Leonard - il trovatello allevato da Oldfield, attirato da Hammond in una trappola per distruggere il rivale - e il padre adottivo che lo ha escluso dal comando avviene quando il ragazzo gli confessa d'aver tentato di ammazzarlo.
Come si può capire, è una materia molto densa, difficile da piegare a un disegno unitario. Il teatro di Bond è in genere caratterizzato dal forte eclettismo stilistico: ma in questo caso egli sembra aver raccolto in un solo testo tre o quattro testi diversi. Stai assistendo a un affascinante manuale sulla conquista del potere aziendale, e ti ritrovi immerso in una dissertazione sui risvolti psicologico-esistenziali del mondo degli affari. Stai seguendo uno straziante conflitto famigliare, ed ecco la grottesca gag dell'interminabile morte del vecchio. E poi i richiami a Shakespeare e alla tragedia greca. E le discontinuità di un linguaggio ora concreto, essenziale, ora inesauribilmente prolisso.
È forse anche per questo che Ronconi - come in Atti di guerra, e come in altre recenti circostanze - sceglie l'idea di un allestimento totalmente spoglio, ridotto praticamente a uno spazio vuoto, il palcoscenico nudo, coi suoi attrezzi e i suoi strumenti tecnologici bene in vista, su cui vengono di volta in volta portati i pochi arredi indispensabili, una scrivania, dei tavoli, delle vecchie poltrone. Alla base del boccascena, un disadorno muro in costruzione, incrostato di calce - come quello che spiccava all'inizio di Infinities - suggerisce un'immagine di provvisorietà, un non-luogo dell'anima, gelidamente inaccogliente.
Il suo intervento è tutto orientato all'incalzare degli avvenimenti, e all'intensità dell'apporto degli interpretati, non privo anch'esso di scarti e rotture: attorno a un Gianrico Tedeschi sorprendente per la freschezza con cui ostenta i suoi novant'anni e per l'intelligenza con cui tratteggia Oldfield, l'Hammond di Carlo Valli e il subdolo Dodds di Riccardo Bini incarnano i due volti di una stessa ferocia, mentre il Leonard di Marco Foschi e il Wilbraham di Giovanni Crippa sono le due espressioni di un comune fallimento. Al capo opposto, il servo Bartley di Paolo Pierobon, con la sua untuosità, coi suoi ricatti, col suo bizzarro dialetto è una sorta di relitto umano, al tempo stesso il più losco e forse il più puro.
Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano
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di renato palazzi
(17:45 - 14 gen 2011)
LUXLUCIS scrive alle 12:00 - mer 26 gen 2011
Notevole davvero. Prima parte un po' confusa specie per chi siede nelle ultime file e si perde qualche parola emessa a bassa voce o in lingua straniera o dialetto inconsueto. La vicenda del tentato omicidio del padre nella show-room del nuovo fucile con lo scambio dei caricatori francamente m' è rimasta nebulosa... Ma il finale comprende 2 colpi-di-teatro incredibili: la lunga agonia di Tedeschi- Oldfield e l' impiccagione del figlio adottivo Foschi-Leonard che resta 10' appeso ad un cappio (ma com' è il trucco per non farlo strozzare?) e spara pure!
Da vedere e meditare!
LUX
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