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18:05 - marted́ 22 maggio 2012


Se no i xe matti no li volemo

È sempre un "ritorno" quello della commedia scritta da Gino Rocca nel 1926, dal titolo Se no i xe matti no li volemo. Fu un ritorno già nel 1997, quando Giulio Bosetti la ripescò dal dimenticatoio in cui era purtroppo caduta, e ne trasse una messa in scena di "amorosa semplicità e sobrio rigore", stando al giudizio di Giovanni Raboni. Ora, passati 13 anni, è Bepi Emiliani, con la complicità dello Stabile del Veneto, del Carcano e di Teatri Spa, a riportare in auge il testo. Ed è, ora come allora, un ritorno gradito: perché questa commediaccia amara, questo "amici miei" ante litteram in salsa veneta, conserva ancora intatta una certa forza, soprattutto se fatta esaltare da un manipoli di buoni interpreti.

La storia è complicatina, ma vale la pena tentare di riassumerla: in un paesino di terraferma, tra Venezia e Padova, tre attempati ex buontemponi, ex goliardi, vivono grazie al lascito di un loro sodale di gioventù, in un palazzotto nobiliare di cui hanno l'usufrutto. Facevano parte della "società dei matti" e quel palazzo è noto come "il manicomio": ma ormai vivono male, di stenti, di ricordi, eppure tirano avanti. Uno di loro, poi, un architetto, è pure vessato dalle smanie della giovane seconda moglie. La confraternita legittima proprietaria dell'immobile, però, è decisa ad impugnare il lascito a fini speculativi. Un avvocato mette in allarme il gruppetto: o si rispetta lo "statuto" dell'antica goliardia oppure si annulla il testamento, e vista l'età dei "reduci" c'è ben poco da fare. Ma i vecchietti reagiscono, e per salvare le loro modeste rendite, si trovano costretti a rispolverare lo spirito di un tempo, gli scherzi, le "zingarate", la fantasia e il mordente. Uno di loro ci lascerà le penne, l'altro scoprirà la moglie fedifraga con l'amante, al terzo non rimarrà che constatare il proprio e altrui fallimento.

La commedia è amara, dunque, tagliente nell'esporre in scena le tensioni che scorrono sotterranee nella sonnacchiosa provincia veneta. Ma al di là della faccenda - ancora un retaggio delle trame complicate di primi Novecento, soprattutto nel coté melò del tradimento o del rapporto padre-figlia - quel che interessa sottolinea è che Rocca abbia attivato molteplici possibili narrazioni, alcune delle quali escono a nuova luce grazie alla lettura di Emiliani.

Il lavoro, nel suo insieme, è di grandissimo nitore, rispetta il dettato del testo, ma opera un suggestivo slittamento nel momento in cui, semplicemente, il regista sceglie di far vestire l'avvocato-esattore in camicia nera e Fez d'ordinanza. Siamo nel 1926, sono passati quattro anni dalla Marcia su Roma: il fascismo domina già incontrastato. E le parole dell'avvocato, allora suonano doppiamente inquietanti. Quell'ansia di sbarazzarsi dei vecchi, dei diversi, degli eccentrici, di chi non stava (e non sta?) alle regole diventa il prodromo di un programma politico che di lì a poco avrebbe dato tragici frutti. Allora, la struggente e melanconica ansia di vita, di gioia, diventa l'ultimo grido, l'ultimo slancio di una generazione che aveva attraversato il secolo: scapigliati, surrealisti, dadaisti, tutti travolti, spianati giù come quelle casette del centro che i tanti piccoli avvocati-gerarchi hanno distrutto per far passare le autostrade del fascismo.

Emiliani, poi, si affida intelligentemente a un cast di tutto rispetto. Spicca, nel ruolo dell'architetto Tamberlan, Virginio Gazzolo. Credo sia una delle sue prime prove in dialetto veneto: è un piacere ascoltarlo, ma soprattutto guardarlo danzare, letteralmente, in scena; recitare con le mani, i polsi scoperti, che accompagnano, guidano, smentiscono, contrappuntano, trattengono, applaudono, sottolineano, indicano... Accanto a lui, è decisamente egregia la prova attorale di Giancarlo Previati, burbero benefico, tagliente e ironico, nei panni di Bortolo Cioci; e sicuramente bravo risulta Lino Spadaro nel ruolo dello sfortunato Piero, il primo a cadere sul fronte della goliardia. Un po' per fragilità del testo, un po' per ritmi ancora da assestare, ma lo spettacolo ha un calo nel secondo atto, e non aiuta la prova un po' manierata delle attrici in compagnia: Chiara Saleri, nei panni della moglie giovane e arrivista; Silvia Piovan nel ruolo della mesta e fedele figlia. Bene nei rispettivi ruoli, e da citare, sono Michele Modesto Casarin, Massimo Somaglino, Andrea Pennacchi, Adriano Iurissevich.

Visto al Teatro Toniolo di Mestre

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di andrea porcheddu

(20:09 - 30 gen 2011)



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