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18:08 - marted́ 22 maggio 2012


Signorina Giulia

Il centro, il segreto dolore, il grande interrogativo all'interno del quale si è mosso l'universo di August Strindberg sia nei testi teatrali che nei romanzi e nella sua tribolata autobiografia è sempre stato il rapporto anzi lo scontro uomo- donna, un ring all'interno del quale consumare in scena e nella vita i resti di un'impossibile felicità. Da questo punto di vista l'atto unico Signorina Giulia è un esempio perfetto, un capolavoro assoluto che ha come protagonisti tre personaggi: la signorina Giulia del titolo, il suo servo tuttofare Giovanni, la cuoca Cristina che è la fidanzata dell'uomo. Sullo sfondo aleggia la presenza di un quarto personaggio che non vediamo mai - il conte padre della contessina Giulia- "citato" però dai suoi stivali perennemente in scena: per Giovanni, che si affanna a lucidarli, una propaggine dell'autorità del padrone. Sarà del resto il suo prossimo ritorno a fare precipitare il dramma verso il suo tragico epilogo.

All'interno di questo triangolo amoroso, Strindberg mette in luce le motivazioni dei comportamenti dei personaggi secondo uno stretto legame di causa ed effetto che li costringe quasi fatalmente ad agire. Alla base del comportamento trasgressivo della contessina Giulia che la spinge a darsi al suo servo c'è una notte di mezza estate e una festa popolare senza freni che fa cadere le inibizioni, l'abuso di alcol, una particolare condizione fisica che Strindberg ci rivela (ma l'autore non direbbe mai come qui si dice "le sue cose"). Da qui e da quello che succede in quella notte, ma anche dal ritorno atteso del conte padre, prendono corpo progetti - la fuga, un albergo sul lago di Como con lei alla cassa e a intrattenere i clienti - ai quali Giulia sembra consentire. Ma anche di fronte a un gesto di stolida brutalità di lui -che le ucciderà l'amatissimo canarino -, alla fine si sottrarrà a un destino che considera indegno, tagliandosi la gola.

Nello spettacolo diretto da Valter Malosti, costruito su di una colonna sonora continua che mescola musica a cinguettii di uccelli e frinire di cicale, a venire in primo piano non è tanto il naturalismo quanto l'espressionismo nella cruda cornice delle scene di Margherita Palli - una stanza sghemba in cui si aprono improvvisamente porte e botole, dove appaiono i personaggi e spariscono gli oggetti di scena-, in un susseguirsi di buio e di luce.

Il regista, che è anche un Giovanni rude vestito di pelle, sembra dunque prendersi qualche libertà sul testo (suo è anche l'adattamento) senza però portare fino in fondo gli impulsi distruttivi del dramma. Ci cattura, invece, la fisicità fortissima con la quale sono costruiti i personaggi. Di questa fisicità a fior di pelle, Valeria Solarino, attrice cinematografica di culto che ritorna al teatro con questo spettacolo, sa trarre giovamento, mascherando le sue fragilità. Accanto a lei e a Malosti in quella giostra infernale che è la vita secondo Strindberg, si ricorda la Cristina di Viola Pornaro, uno dei pochi personaggi femminili positivi dell'autore svedese.

Visto al Teatro Carignano di Torino

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di maria grazia gregori

(13:15 - 18 gen 2011)



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