Qualche mese fa, al Festival di Santarcangelo, Babilonia Teatri aveva affrontato lo stesso tema con dieci giovani attori e delle carcasse sanguinolente di maiali che piombavano giù dal soffitto. Adesso, nella ribalta inesorabilmente vuota, tra un frigorifero e un crocifisso che verrà appeso a una fune, con le teste mozze di un bue e un asinello issate ai lati, c'è soltanto un'incontenibile Valeria Raimondi a riversare addosso al pubblico le sue incalzanti riflessioni sulla morte, o per meglio dire sulle sfuggenti relazioni fra l'idea della morte e una società fatua e iper-consumistica, che sembra illudersi di averla messa definitivamente da parte.
Rispetto allo spettacolo dell'estate questo The end è dunque da considerarsi un passo avanti o un passo indietro? Diciamo che si tratta di due approcci in qualche modo opposti. Se là c'era un importante tentativo del gruppo di uscire dai propri confini, aprendosi a voci e corpi nuovi, che portavano impresse su di sé le tracce di altre esperienze, di altri linguaggi, qui c'è quella pungente figuretta in abito di paillettes e armata di pistola, che parla senza sosta, solitaria e come abbandonata da tutti di fronte all'approssimarsi della fine. Entrambi i lavori esprimono una carica di inaudita durezza, ma attraverso chiavi espressive diverse.
In The end a colpire è soprattutto la violenza del linguaggio. Il testo, che come al solito ha l'andamento di una sorta di aggressiva litania a ritmo di rap, parla di un'epoca e di un mondo dove è proibito invecchiare, dove la decadenza fisica viene rinchiusa in appositi istituti che la occultano e la sottraggono alla vista, dove persino la sepoltura dev'essere asettica, fatta in modo da non suscitare pensieri malinconici: "no voi fiori da quattro schei / che detesto / che marciscono / che puzzano / non accerchiatemi con crisantemi che rattristano / compro rose rosse / sempre verdi / di plastica / che non ingialliscono / antiacari / antipolvere / antigelo".
Il brano più feroce è senza dubbio quello intitolato Il boia, in cui un anziano invoca una rapida esecuzione per sfuggire al declino: "Non mi vedrete con le mutande piene de merda / nuotare nel me stesso pisso / non mi farò lavare da una troia che non sa la mia lingua / non passerò gli ultimi anni col pannolone / non passeggerò con altri vecchi rincoglioniti / mentre voi a casa scopate / non vedrò la vostra faccia di culo una volta al mese...".
Ma anche la Parabola di Arturo e Greta è un bel pugno nello stomaco: "mio padre ha la badante / è grassa grossa grezza e ignorante / minigonna rossetto sempre in mostra il petto / parla male ma si spiega / se gli dò la mancia gli fa anche una sega...". Da questo magma di frasi sincopate affiorano ora l'invettiva di Cecco Angiolieri, ora il Quasimodo di "ed è subito sera": ma la poesia non ha alcuna funzione catartica, in questo panorama desolato, dove l'unico richiamo a una perduta tenerezza è una cometa di cartone sottratta al suo presepe. Quando stiamo per essere sopraffatti dal sentore soffocante del disfacimento, tuttavia, ecco che arriva un imprevisto segnale di speranza: è il bambino che l'attrice ha avuto appena due mesi fa col suo compagno, il co-autore e co-regista Enrico Castellani, e che lei porta in scena come un'amorevole sfida, un piccolo segnale della vita che continua.
Visto al Crt Teatro dell'Arte di Milano
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di renato palazzi
(18:10 - 30 gen 2011)
Voto utenti:
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