A riprova del mimetismo stilistico di Gadda, L'Adalgisa,a differenza - ad esempio - del Pasticciaccio, che è uno spaccato della Roma del Ventennio, si presenta inconfondibilmente come un viaggio nella memoria collettiva di Milano, un album di famiglia del capoluogo lombardo all'inizio del Novecento. È un variopinto affresco sociale, il ritratto di una grande borghesia chiusa in se stessa e nei suoi riti. È un viaggio antropologico in salotti e tinelli di cui si coglie persino il profumo di cera dei parquet. È un vero e proprio albero genealogico, con quelle reiterate elencazioni dei cognomi delle grandi dinastie cittadine.
Credo sia proprio in questo senso che Lorenzo Loris, in un momento in cui tende a lavorare soprattutto sulle risonanze di una milanesità fuori dal tempo - alla quale ha ricondotto anche il Beckett di Aspettando Godot (recensione) e il Pinter del Guardiano (recensione) - ha scelto di affrontare, dopo LaGilda del MacMahon di Testori (recensione), anche il collage di bozzetti gaddiani, con la loro sontuosa architettura linguistica. Più che a sviluppare una trama, Loris sembra infatti puntare a tratteggiare dei tipi umani strettamente legati a un luogo, a un'epoca, quelle zie maldicenti, quel ragionier Biandronni con le sue manie collezionistiche e la sua passione per i coleotteri.
È da questa scelta di effettuare in primo luogo una risalita al nostro passato più o meno recente - ma comunque vivo, conficcato in un magma di immagini ataviche - che deriva probabilmente quell'impressione di forte motivazione suggerita dall'adattamento, quel tentativo di rivolgersi a un pubblico di oggi per riportarlo in qualche modo alle sue radici domestiche. Ed è da questa scelta che deriva anche una certa fragilità drammaturgica dell'operazione, con quelle tre figure che non agiscono, ma ripercorrono le proprie vicende terrene, rievocandole - come da enorme distanza - dalle loro tombe al Cimitero Monumentale.
Tre voci sono poche per fare un coro, per dare corpo alla stratificata polifonia di Gadda. E c'è - a mio avviso - un sottile problema interpretativo che, al di là dell'acerbità di Stefania Ugomari di Blas, e della fatica con cui Carlo Sala si sdoppia nel Biandronni e nello stesso Gadda, riguarda anche la bravissima Elena Callegari: più degli altri, lei tende infatti ad assimilare la tessitura verbale gaddiana, la fa propria, la parla. Ma la lingua di Gadda non può essere parlata, va tradotta in una "maschera" recitativa, in una costruzione sonora di cui occorre preservare tutta l'artificiosità. La naturalezza, in questo caso, rischia forse di appiattirla.
Visto al Teatro Out Off di Milano
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di renato palazzi
(19:41 - 02 feb 2011)
Voto utenti:
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