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18:09 - marted́ 22 maggio 2012


Un flauto magico. Mozart secondo Brook

Il Flauto magico di Peter Brook è costruito in una forma talmente esemplare da sembrare, a tratti, una sorta di perfetto abbecedario dello stile del regista inglese: lo spazio scenico nudo, delimitato da semplici canne di bambù, i cantanti-attori a piedi scalzi e vestiti con abiti essenzialissimi, una specie di salopette per Papageno, giacca e pantaloni neri per Tamino, marsina nera per Sarastro, mentre l'onnipresente figura orientale o africana che senza dire una parola regge le fila della vicenda pare uscita direttamente dal Mahabharata. E quest'asciuttezza, questa eliminazione degli orpelli vengono applicati con un rigore quasi dimostrativo.

Anche la trama della favola, in quell'allestimento spoglio, che non concede appigli esteriori, sembra come prosciugata, ridotta alle sue linee guida: il ritmo, soprattutto nella prima parte, è lento, trasognato, volutamente privo di qualunque slancio gioioso. A dare risalto all'azione sono soprattutto le luci, che qui - rispetto agli spettacoli di Brook che conosciamo - assumono una valenza più "psicologica": sono loro che, mutando intensità e colore, scandiscono gli avvenimenti. Sono loro che, diventando rossastre o azzurrine, evocano il fuoco e l'acqua che Tamino e Pamina, nell'affrontare la prova di coraggio, devono attraversare.

E allora, a poco a poco, si capisce che il clima rarefatto, l'impressione di vaga inconsistenza che caratterizzano l'inizio di questa sorta di operina "da camera", accompagnata dal solo pianoforte, derivano dal fatto che, per Brook, tutto si svolge nella coscienza dei protagonisti, tutto è improntato a un percorso unicamente interiore: il cuore e il clou dello spettacolo è in quella sorta di antropologico rito di iniziazione all'età adulta che Sarastro - psicanalitico padre-maestro-sciamano - impone a Tamino e Pamina. Solo superando la paura della morte che domina l'infanzia i due potranno maturare, diventare pienamente se stessi.

Questo andamento in crescendo, che approda a un archetipo umano universale, riscatta la sensazione - avvertita talora in precedenza - di una costruzione impeccabile, saldamente controllata da un grandissimo uomo di teatro, ma creata mettendo insieme i frammenti di un immaginario già noto, qua un kimono, là un legnetto, estratti dal personale album di figurine del regista. Il finale, con l'emblematico deus ex machina che fa sparire magicamente il flauto, e tutti gli altri che si limitano a uscire silenziosamente di scena, dopo avere svolto il proprio ruolo, è splendido, e restituisce all'operazione quello spessore emotivo che, qua e là, le veniva un po' sottratto da un certo eccesso di minimalismo.

Visto al Piccolo Teatro di Milano

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di renato palazzi

(11:17 - 27 feb 2011)



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