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18:10 - marted́ 22 maggio 2012


Vollmond di Pina Bausch

Per una singolare coincidenza, Milano si è trovata a rendere omaggio, a pochi giorni di distanza, a due dei maggiori innovatori del teatro nella seconda metà del Novecento, Tadeusz Kantor e Pina Bausch. Si è così stabilito nei fatti, al di là delle intenzioni critiche, una sorta di ideale continuità fra due figure artistiche che non hanno avuto legami diretti, ma a cui è toccato di incarnare un ruolo simile: entrambi numi di un'esasperata soggettività, creatori anomali che hanno sostituito al testo il racconto di sé e della propria interiorità o di quella dei loro interpreti, aprendo la strada a mille inesauribili ramificazioni della scena contemporanea.

Se Kantor, tuttavia, a Milano è tornato spesso, soggiornandovi anche a lungo, tra l'86 e l'88, quando ha realizzato un seminario alla Civica Scuola d'Arte Drammatica "Paolo Grassi", un cricotage al Teatro Litta e una grande produzione, Qui non ci torno più, provata a Palazzo Reale e presentata al Teatro Studio, la Bausch vi è stata solo due volte, nell''83 con Kontakthof alla Scala e nel '90 con Palermo Palermo al Lirico: poi un silenzio durato vent'anni, un'inesplicabile indifferenza o diffidenza reciproca. È forse anche questo distacco che spiega quella specie di avidità con cui il pubblico milanese ha risposto all'appuntamento col Tanztheater Wuppertal.

Vollmond (Luna piena), lo spettacolo della Bausch che è stato presentato con incredibile successo - a un anno e mezzo dalla sua morte - al Teatro Strehler, davanti a una platea delle grandi occasioni, commosso più dall'intatta forza della messinscena che dalla squassante intensità dell'impegno celebrativo, è come una quintessenza, una sorta di prodigiosa sintesi di questa poetica, di questa scelta estetica: nella sua tessitura incredibilmente lieve e penetrante si esprime un concentrato dei temi classici della Bausch, ma riproposti con una tale incommensurabile freschezza che pare vengano affrontati lì per la prima volta.

Bastano pochi segni inconfondibili per trascinarci nel cuore di quello che è stato il più formidabile laboratorio di smontaggio delle norme della danza: i ballerini in camicia e pantaloni di tutti i giorni che agitano bottiglie di plastica, un'amazzone un po' sgraziata con l'abito da sera e i capelli lunghi bagnati, un uomo che trascina via una ragazza tenendole il vestito fra i denti. E lo spazio che si vuota e si riempie, con un ritmo che ha l'andamento delle onde. Senti quella straordinaria capacità di racchiudere in un gesto, in un'immagine l'intero senso di una personalità fortissima. Eppure non hai mai un'impressione di stilizzazione manieristica: sono pezzi di vita strappati alla vita e portati alla ribalta ancora pieni del calore della vita vera, dei suoi slanci, delle sue ombre.

Alla base c'è ancora il lievissimo e lancinante intarsio dei rapporti fra i sessi, i maschi che lottano, si cimentano col proprio corpo, le ragazze che baciano, che si interrogano sull'amore, che passano tutte agghindate confessando sogni e debolezze. Le coppie che si attraggono e si respingono, si inseguono e si sfuggono, e poi gli uomini tutti da soli, le donne tutte da sole: nessuno, come la Bausch, ha saputo raccontare l'impalpabile smarrimento della solitudine femminile. Nella sottile sinfonia di impercettibili cambi d'umore, si accendono passioni che increspano per un attimo la superficie dei sentimenti, e poi paiono finire nel nulla.

Ma qui la vera protagonista, il vero nucleo centrale è l'invadente, determinante presenza dell'acqua: l'acqua come fattore fisico, che cade dall'alto, che lascia rivoli e pozze sul palco, e l'acqua come elemento naturale primario, culla della specie, quasi liquido amniotico. È sorprendente - tra l'altro - come l'opera di una coreografa morta possa evocare una tale percezione dell'origine della vita. Nella scena vuota, in cui spicca solo una grande roccia scura, emblematico masso o scoglio, la pioggia che si riversa sui danzatori lascia come un fiumiciattolo su cui loro scivolano, in cui si immergono accennando persino sommari movimenti di nuoto.

L'acqua unisce la sensualità alla sensorialità. Diventa giocosa possibilità di schizzarsi e bagnarsi le membra. Diventa luogo di rituali esotici, come quello della ragazza aggrappata a una pertica che due uomini trasportano avanti e indietro come la preda di una pesca fortunata. E diventa mare, spiaggia notturna su cui queste figurette buffe o tenere suggeriscono un clima di remote vacanze anni Cinquanta, in una svagatezza orlata da una tenue malinconia. E ancora nell'acqua si svolge il trascinante finale, in cui tutti sono coinvolti in un interminabile crescendo di spruzzi e secchiate che ha un'energia incalzante e lascia il pubblico davvero senza fiato (guarda il video).

Cosa resta da citare, di questo bellissimo spettacolo? L'incessante collage di musiche diverse - sonorità elettroniche, soavi canzoncine - apparentemente discrete, e quasi relegate in sottofondo, che forniscono però una ferrea architettura di sostegno all'azione. E l'alto livello professionale della compagnia, che si manifesta non solo nella qualità dei singoli componenti, ma nella cura con cui tengono desta la lezione della loro maestra, anche ora che lei non c'è più: Vollmond è del 2006, ma sembra fatto ieri. E anche questo lascito di rigore è, in un certo senso, la sua sfida alla morte, il suo struggente modo di sopravvivere a se stessa.

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di renato palazzi

(16:59 - 10 feb 2011)



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