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18:10 - marted́ 22 maggio 2012


Itis Galileo

Che bel clima c'era al teatro Goldoni, a Venezia, per il debutto di Marco Paolini. Certo, lui in Veneto gioca in casa: di questa terra ha raccontato mondi e persone, miti e storie quotidiane. Ne è diventato non solo l'alfiere, ma anche, e soprattutto, la coscienza critica, il guardiano sornione pronto a punzecchiare le derive meno gratificanti, i vizi e i paradossi. E così, dopo Marco Polo, ecco che Paolini ingaggia un corpo a corpo con un'altra eccellenza (acquisita) del Veneto: Galileo Galilei.

Ne è uscito uno spettacolo, Itis Galileo, scritto con Francesco Niccolini, di grande felicità. Si tratta, in sostanza, di un viaggio a ritroso, che potrebbe partire dai compiti a casa: "fare la ricerca su Galileo", oppure dalle goffe memorie scolastiche di chi ha frequentato un Itis dedicato allo scienziato. Ma è, invece, una riflessione appassionata che attraversa criticamente e acutamente una biografia non tanto e non solo intellettuale, ma umana, umanissima, virata ad un presentismo vitale, che chiama in causa il pensiero critico come strumento di cittadinanza attiva. Come se Paolini avesse usato proprio la celebre "scoperta" del Galilei, quel cannocchiale che lo rese ricco e famoso, per applicarlo al percorso esistenziale dello scienziato salvo poi allargare lo sguardo al nostro confuso presente.

Così, sul filo del paradosso, si scopre che il "fiorentino", ma nato a Pisa, è stato l'unico "ricercatore precario" dell'Università italiana a far carriera e diventare "ordinario". Si scopre che quell'irrequieto giovanotto di belle speranze era un instancabile rivoluzionario del pensiero ma anche un ambizioso, arrivista, oculato amministratore di economie.

Paolini la prende alla lontana: parte dagli aristotelici, dai platonici, dai tolemaici, dai copernicani... Cala il pubblico, per quanto possibile, nella temperie culturale di quel tardo Cinquecento e di quel Seicento in cui il giovane studioso muoveva i suoi passi. Paolini chiama alla ribalta uno spettatore, cui chiede di leggere pagine introduttive: insomma, fa di tutto per togliere Galilei dal clima polveroso dell'Itis, della scuola italiana, da quella vulgata che ne fa il vecchio con la barba lunga stampato sulle millelire. C'è altro in quel vigore, in quell'ansia di ricerca: tensione, magia, cabala, affari, occultismo, poesia, politica, passione, teatro. Già, il teatro. C'è Shakespeare, quasi coetaneo: a lui Paolini dedica una lettura in "lingua madre" (che non è l'inglese, ma il pavano). E c'è la Commedia dell'Arte, nata nel 1564 proprio a Padova, la città-università, dove Galilei aveva una cattedra e uno stuolo di studenti appassionati di tutta Europa. Con la Commedia tocca fare i conti: e Paolini li fa, nel modo migliore.

Il cuore pulsante di questo spettacolo è proprio un passo fatto "in commedia", in cui l'attore interpreta magistralmente una pagina del feroce, e spesso incomprensibile, Dialogosopra i due massimi sistemi del mondo scritto da Galileo nel primo trentennio del Seicento. Con quella tecnica, con la maschera, con il ritmo e l'ironia feroce dei Comici dell'Arte, anche il "dialetto" stretto di Galilei diventa chiarissimo, energetico, divertente, grottesco, sparato possente sulle teste degli spettatori.

Il Dialogo recupera senso, diventa esplosivo: e forse si capisce perché all'epoca sembrasse una mina nella stagnante cultura papalina. E proprio una mina, infatti, è al centro della scena: "certe idee sono mine pronte a esplodere", dice Paolini. Fanno paura. Come quelle di Giordano Bruno, bruciato in piazza; come quelle di Campanella, a lungo incarcerato. Come quelle del Galilei, costretto all'abiura. Come quelle di Keplero, che con il pisano intesseva un appassionante carteggio. Da sempre il potere ecclesiastico ha cercato di soffocare, occultare, deviare: ma la forzata e violenta abiura non fermerà il vecchio scienziato. Ormai cieco, isolato, controllato, censurato, lui riprenderà a scrivere, a studiare, a scoprire. La lotta contro l'oscurantismo è ancora ben lungi dall'essere vinta: ma quel Galilei sognatore e incantatore ha combattuto la sua.

Così, in un finale ancora da assestare, Marco Paolini è a cavallo della mina: nuovo Barone di Münchhausen, sognatore e affabulatore, stralunato incantatore, il narra-attore attraversa il tempo, la storia, le leggende. Non serve molto per questo spettacolo: un fondale cangiante, qualche bella musica, il resto, tutto il resto, lo fa Marco Paolini. Il pubblico, divertito e commosso, ringrazia.

Visto al Teatro Goldoni di Venezia

Le prossime date dello spettacolo

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di andrea porcheddu

(20:35 - 28 mar 2011)



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