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18:11 - marted́ 22 maggio 2012


Nathan il saggio

A prima vista Nathan il saggio sembra una fiaba, nient'altro che una fiaba con tanto di lieto fine anche se non proprio in linea con i punti di riferimento di quel 1779 in cui fu pubblicato, a dieci anni dallo scoppio della Rivoluzione francese e del totale capovolgimento di valori che portò con sé. Ma sotto l'apparenza della fiaba - quella del padre e dei suoi tre figli ai quali lascia in dono un anello riprodotto tre volte, facendo credere a ognuno di loro di essere il solo a possederlo -, cova in questo testo il grande tema dell'uguaglianza e della dignità che ogni religione, ogni comportamento che ad essa si ispiri, ogni essere umano portando in sé come un imperativo morale.

A Gerusalemme durante le crociate, tre giusti si confrontano proprio su questi argomenti: il vecchio, ricco ebreo Nathan, il Saladino a corto di denaro che detiene le chiavi della città, e dunque il potere, e un Templare lì arrivato inseguendo il sogno di conquistare quei luoghi sacri. I casi della vita che li hanno fatti incontrare nascono da atti di coraggio, dalla generosità nella difesa della vita di chi non si conosce, dalla capacità di sapere accogliere chi è diverso da noi, rispettando la dignità di ognuno quale che sia il colore della sua pelle e la sua religione: ovvio che un testo come questo, malgrado fosse tra i preferiti dei grandi interpreti di lingua tedesca, abbia subito un violento ostracismo nella Germania nazista.

La storia di un amore che resta amore anche se cambiato di segno perché la figlia adottiva di Nathan e il templare, che credono di amarsi, scoprono di essere fratelli, gli intrighi e i riconoscimenti fra infinite peripezie, si svelano al di là dell'autorità tipica dei classici, nel loro risvolto contemporaneo, mettendoci sotto gli occhi, dentro la stringente struttura della commedia, situazioni e valori eterni come la necessità del rispetto fra gli individui, che nasce dalla ricerca della felicità, di un bene comune che sarà l'asse portante non solo della Rivoluzione francese ma di tutta la società moderna e contemporanea.

Lo spettacolo andato in scena al Piccolo di Milano ruota proprio attorno a questi temi etici e civili con uno sguardo talvolta così moderno da porsi come riflessione ancora valida, oggi, per noi. Carmelo Rifici, fra i registi più interessanti della generazione di mezzo (per intenderci quella a cavallo fra i trenta e i quaranta) lo realizza firmando una regia che dentro lo spazio a più piani, creato da Guido Buganza si snoda come un lungo apologo (qualche taglio non avrebbe certo guastato) in un intrecciarsi di credo religiosi e di comportamenti umani con una stilizzazione fin troppo marcata.

Due sono i piani su cui Rifici ha costruito Nathan il saggio fra scoppi di ilarità, di gioco, di ironia, e la ricerca di una gestualità in grado di riflettere il modo di comportarsi di personaggi così diversi fra di loro. Qui spiccano la recitazione interiorizzata, la gestualità trattenuta del Nathan di Massimo De Francovich, l'entusiasmo sornione e la capacità di indulgenza del Saladino carico di entusiasmo di Fausto Russo Alesi, la pensosa femminilità di sua sorella Sittah, costruita con intelligenza da Francesca Ciocchetti. Al mondo degli altri appartengono i servi (come la nutrice un po' sopra le righe di Bruna Rossi) e i prelati (l'infingardo patriarca di Marco Balbi) il frate ingenuo, ma anche il derviscio di Massimiliano Speziani, i due giovani innamorati-fratelli (Stella Piccioni e Vincenzo Giordano): a loro il regista affida la ricerca di un'ironia, di un gusto del grottesco difficile da raggiungere in questo bassorilievo carico d'inquietudine.

Visto al Piccolo Teatro di Milano

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di maria grazia gregori

(17:33 - 23 mar 2011)



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